L’importanza di un film come Smetto quando voglio – Masterclass, al di là di meriti e demeriti cinematografici, risiede nelle sue modalità di produzione, a farci sperare che sì, per parafrasare Boris, forse un altro cinema (popolare e di genere) è possibile. Masterclass è infatti il seguito del fortunato esordio di Sydney Sibilla del 2014, girato in back-to-back con il terzo capitolo, Ad honorem, in uscita “prossimamente” come recita un vero e proprio trailer a fine film. Una modalità produttiva, come già rilevato, all’americana (Matrix, Ritorno al futuro), un aggettivo spesso pronunciato con sufficienza e in tono denigratorio, che questa volta ha connotazioni positive, ovvero quelle di una casa di produzione, Groenlandia, con le idee chiare e senza paura di investire in progetti che escono dal solito seminato “molto italiano”. Il produttore stesso, Matteo Rovere, è stato regista lo scorso anno di Veloce come il vento, ottimo film di ambientazione motoristica dal gusto popolare, praticamente un unicum nel nostro cinema recente.

Masterclass è il classico capitolo intermedio di una trilogia: riparte esattamente da dove avevamo lasciato il primo (con un incastro di flashback poco efficace) e si chiude risolvendo la sua narrativa principale lasciandone aperte molte altre. Nel mezzo, dopo l’incidente di Stefano Fresi che ha portato Edoardo Leo in prigione, la ‘banda dei ricercatori’ torna all’opera mettendo le proprie insuperabili conoscenze al servizio della polizia, in un’operazione sotto copertura per contrastare la diffusione delle smart drug in cambio del rilascio.

Per preparare il terreno all’ultimo capitolo, la già nutrita squadra si amplia di altri tre componenti. Se in ottica futura potrà forse risultare una scelta vincente, il primo terzo di film è sicuramente appesantito da queste novità. L’introduzione dei nuovi personaggi è affidata a singole sequenze che non superano il macchiettismo e la loro integrazione nelle dinamiche del gruppo rallenta e spezzetta il ritmo, mentre la comicità non decolla. Inoltre, nessuna delle new entry sembra avere il carisma dei membri originali, tanto che l’aggiunta più riuscita è quella di un elemento esterno, la poliziotta tosta di Greta Scarano.

Quando la banda si mette finalmente all’opera, il film spicca il volo e procede spedito riuscendo a replicare la formula vincente dell’originale, con un cambio di ritmo segnato dalla scena dell’inseguimento in auto tra i fori romani, adrenalinica e divertente. Sibilla è al suo meglio quando va a briglie sciolte, trovando soluzioni inventive e provocatorie (l’armamentario nazista) che innestano una sana comicità su scene d’azione ben girate, culminanti nella colossale “rapina al treno”, dove viene introdotto quello che probabilmente sarà il ‘cattivo’ del terzo capitolo. Pur volendo alle volte ammiccare fin troppo all’estetica del cinema d’oltreoceano, il risultato è dunque positivo, in attesa di vedere quale sarà il bilancio finale. Per il momento supportiamolo, sperando che la strada indicata si faccia sempre più larga.

Eugenio D.Giacomo B.
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