“Questo è un posto per i bambini, senza differenze”. Così Giovanna, l’operatrice sociale protagonista del film, vede la masseria, il centro ricreativo che ha fondato tra i palazzi e la campagna. Siamo a Ponticelli, Napoli est, nel Seicento terra di marchesi latifondisti e viticultori, oggi sede dell’atelier di cinema del reale FilmaP. Nella fiction la masseria diventa un set chiuso e silenzioso, il luogo dell’accoglienza, del gioco e dell’intervallo, dove i bambini trovano rifugio dalle spirali mafiose che gli girano attorno. Finché si sta dentro, rispettando le regole e mangiando panini al cioccolato, si è al sicuro, perché distratti. Quando il fuori irrompe, con la camminata impetuosa e lo sguardo ostinato di Maria, le cose si arrischiano, si fanno più grigie. È lei L’intrusa del titolo, la giovane moglie del camorrista arrestato proprio nella masseria dove si nascondeva all’insaputa di tutti, assieme ai figli.
Il film inizia qui, da uno sconfinamento che genera conflitti, mettendo in discussione sia la capacità di includere e accogliere delle madri, tra autodifesa e istinti selvatici, che i limiti e le responsabilità dei mediatori sociali, smarriti nello scollamento tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

L’Intrusa

È un cinema di domande quello di Leonardo Di Costanzo, non c’è conciliazione ma l’assalto del dubbio e la necessità dell’inquietudine. Quello che sembra mancare è la vitalità di questo dubitare, rappresentato con molta attenzione e inflessibile rigore, tenendo fuori, a volte, sia la libertà di interpretare che l’immediatezza e il rumore del reale. Si sente il peso del controllo, di una sceneggiatura completamente scritta, di uno sguardo che decade verso il bene senza fare male, di un discorso sul limite che si limita, restando generale, privilegiato e distaccato, per scelta.

Non si vedono i corpi dei bambini in tensione, né quelli degli adulti in torsione, i dilemmi sono interiori, non si sfogano, non esplodono, creano solo altri conflitti. Mentre ne L’intervallo, il suo primo film di finzione, Di Costanzo dirigeva nuovi spazi e nuove ipotesi di mondo con una capacità, altissima, di attivare l’incanto, qui sembra abbassare lo sguardo, non superare il muro. C’è una sequenza in cui il respiro si allarga e ritornano in mente i canti di sfida scambiati per canti d’amore. E’ quella in cui Maria e sua figlia Rita escono di notte dalla casupola per introdursi nelle cucine della masseria, in cerca del fuoco. Si fanno luce con una pila, salgono le scale illuminando i mondi animati da Gabriella Giandelli, stanno varcando una soglia, si stanno avvicinando nel dolore, stanno nel presente, così com’è, per trasformarlo. Ma i limiti servono anche a non perdere di vista la realtà, con le sue resistenze e le sue regole – i robot educati, i cani avvelenati, i funerali travestiti da feste – e certi conflitti, tra il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà, non si risolvono, semmai si perdono.

Giusy P.
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