Film d’apertura all’ultima Festa del Cinema di Roma, Truth segna l’esordio dietro la macchina da presa di James Vanderbilt, sceneggiatore hollywoodiano che, dopo un ottimo inizio di carriera, ha visto il suo talento scemare in una serie di remake non certo entusiasmanti, non ultimi i due (ben poco) Amazing Spider-Man diretti da Marc Webb. Avvalendosi in questo caso di un cast eccellente, Vanderbilt realizza un classico thriller d’inchiesta giornalistica di dichiarata impronta liberal, basato sulle memorie della produttrice televisiva Mary Mapes, impersonata dalla sempre impeccabile Cate Blanchett, che recita a fianco dell’icona del genere per eccellenza Robert Redford, quasi ottantenne ma ancora piuttosto in forma, nei panni del leggendario conduttore Dan Rather.

Il film ricostruisce la sequela di fatti che portò alla realizzazione di uno dei più controversi reportage giornalistici della storia americana recente – quello della trasmissione 60 Minutes del 2004 – in cui la Mapes e il suo staff indagarono sui presunti favori concessi al futuro presidente Bush al tempo in cui prestò servizio nella Guardia Nazionale, che lo tennero lontano dalla guerra in Vietnam, nonché il terremoto mediatico ai loro danni che ne seguì. Vanderbilt non ha dubbi nello schierarsi dalla parte dei due protagonisti, ritratti come paladini di un giornalismo d’inchiesta d’altri tempi – quello stesso che portò, trent’anni prima, alle dimissioni di un altro presidente, Nixon – e nell’abbracciarne le tesi, celebrandone il valore di cercatori della verità assoluta, un ideale che sembrava già allora cedere il posto a una concezione più spettacolare, nonché sottomessa al sistema politico, dell’informazione, e sottolineando gli effetti deleteri di Internet e degli allora nascenti blog e forum come nuovi focolai di barbarie pronti a dare voce alle visioni più distorte e di parte della realtà.

Nella sua messinscena, il regista-sceneggiatore sembra puntare sull’usato sicuro, con una storia solida e in linea di massima avvincente, interpreti prestigiosi – fra i quali spicca un sempre più corpulento Stacy Keach, nel ruolo di un malconcio ex ufficiale – e discrete caratterizzazioni, specie nel delineare il rapporto quasi padre-figlia fra Rather e la Mapes. Con il suo elogio di una moralità e di una dedizione al lavoro che non accettano compromessi, il film si pone in perfetta continuità con le opere precedenti di Robert Redford e con il suo idealismo figlio degli anni ’60 e un po’ fuori dal tempo, ma non denota una particolare personalità registica, scivolando anzi verso il finale nella retorica più spinta, lontana dall’asciuttezza di toni dell’insuperato capolavoro del genere Tutti gli uomini del presidente. Ma senza guardarsi troppo indietro, il coevo Il caso Spotlight di Tom McCarthy era più efficace nella sua sobria ma spietata denuncia.

Tirando le somme, pur trattandosi di un’opera dai nobili intenti e dalla riuscita decorosa, forse una maggiore attenzione stilistica e qualche frase a effetto e pieno d’orchestra in meno avrebbero giovato.

Davide V.
6 1/2