Al suo terzo film, Foxcatcher, che si avvale delle ottime interpretazioni di Steve Carell, Channing Tatum e Mark Ruffalo, Bennett Miller torna a raccontare una storia vera, anche se un po’ romanzata, incentrata sulle ossessioni di un personaggio famoso e stravagante (come in Truman Capote – A sangue freddo); ossessioni che si esprimono nell’ambito dello sport, portando a compimento un progetto ambizioso quanto improbabile (come ne L’arte di vincere). Quello che sembra un sogno si trasforma però in un incubo per i due fratelli Mark e Dave Schultz, medaglie d’oro nella lotta alle Olimpiadi del 1984, dopo che accettano di prendere parte al team guidato dal multimiliardario John Eleuthère du Pont per allenarsi nelle successive competizioni.

Ambientato in gran parte nella tenuta di du Pont, che assume i connotati quasi gotici di una specie di moderno castello di Jane Eyre, in sintonia con la personalità maniacale del suo padrone, Foxcatcher è un racconto di formazione al contrario, un viaggio nel lato più oscuro del sogno americano, partorito dalla frustrazione di un uomo ricco e psicopatico. Forte dei propri mezzi economici e di una retorica patriottica antiquata ma efficace, du Pont irretisce Mark, ingenuo e debole di personalità, presentandosi come un modello, un insegnante, un padre, ma in realtà proiettando sul giovane ciò che egli non aveva mai potuto essere, a causa delle imposizioni di una madre dispotica ma, alla prova dei fatti, realista. Quando entra in scena il saggio Dave, lui sì dotato delle capacità per guidare una squadra, si scatena infatti la gelosia del miliardario, che si ritrova così privato del suo prediletto ruolo di mentore.

C’è qualcosa del rapporto padrone-servo tra Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix in The Master in quello di plagio fra John e Mark in Foxcatcher, con la differenza che du Pont crede davvero di agire per il bene dell’allievo, anche se finisce per usarlo per i suoi capricci (memorabile la sequenza in cui il miliardario, in realtà quasi a secco di lotta libera, pretende di allenare il team di fronte allo sguardo per nulla impressionato della madre). Miller mette in scena il delirio del suo master con stile sobrio ed essenziale, ma di grande efficacia drammatica, descrivendo bene l’atmosfera malata che opprime i personaggi, e godendo di un cast in vero stato di grazia: se Mark Ruffalo incarna il buonsenso di Dave con la consueta intensità, e Channing Tatum impersona un Mark scimmiesco rinunciando all’immagine di sex symbol e capitalizzando per una volta la propria fissità di sguardo, a sorprendere è uno Steve Carell lontanissimo dai ruoli comici che lo hanno reso famoso, e inquietante nel ritrarre le manie dello schizofrenico du Pont. La venerabile Vanessa Redgrave è infine la matriarca decrepita ma inflessibile, che aleggia nella tenuta di famiglia come il fantasma di un passato frustrante, ma impossibile da superare, e incarna la morale di un film cupo e pessimista, dotato di uno spessore e di una solidità degni di Eastwood.

Davide V.Giacomo B.
86 1/2