Gli Scaricati: il cinema invisibile in Italia. Tutto quello che avreste voluto conoscere (ma non avete mai potuto vedere).

Dewey Cox (John C. Reilly – Talladega Nights), nato in Alabama alla fine degli anni Trenta in una famiglia contadina, responsabile a sette anni della morte del fratello maggiore, e per questo odiato dal padre (Raymond J. Barry – L’ultimo appello), scopre di avere un talento innato per la musica. Incoraggiato solo dalla madre iperprotettiva (Margo Martindale – Million Dollar Baby), e deciso a dare il meglio di sé per non sfigurare di fronte al compianto fratello, Dewey si fa notare cantando rock’n’roll con la band della scuola, ma attrae su di sé il disprezzo dell’intero paese che lo accusa di suonare musica satanica, così parte in cerca di fortuna con la sua chitarra e una ragazza da poco conosciuta (Kristen Wiig – Adventureland) che diviene presto sua moglie. È il primo passo di una vita avventurosa e turbolenta, che lo porta a sostituire il cantante di una band che si esibisce nei club per soli neri, portandola al successo, per poi dividere serate con Elvis Presley e Buddy Holly, fino a diventare una star internazionale, e trovare un nuovo amore nella corista Darlene (Jenna Fischer – Blades of Glory). Ma la dipendenza dalle droghe (tutte) e l’irresponsabilità con cui affronta i doveri familiari (411 donne, 3 mogli e 35 figli, di cui 14 illegittimi!) lo fanno precipitare in una spirale autodistruttiva da cui non riesce a uscire, fino al momento in cui scopre la sua vera vocazione e, forse, la pace interiore…

Capita spesso che un film per sua natura troppo originale e poco incline a soddisfare i gusti del grande pubblico, ma al tempo stesso non così autoriale da passare nei circuiti d’essai, venga spacciato dai distributori (soprattutto quelli italiani) per l’ennesimo epigono di un filone di scarsa consistenza artistica, ma dalla solida attrattiva commerciale. È il caso di questo geniale quanto misconosciuto film, erroneamente inquadrato dal pubblico nel filone parodistico che ha come padri nobili Mel Brooks e i fratelli Zucker, ma che ormai di nobile non ha proprio più nulla, e tira avanti parassitando ovunque per sopperire alla totale mancanza di idee: naturalmente, quel tipo di spettatore, abituato a ridere di volgarità a encefalogramma piatto, non ha gradito, e Walk Hard è finito presto nel mercato del DVD, dopo un incasso decisamente scarso.

È un vero peccato, perché si tratta di un’opera estremamente interessante: una parodia sì, ma colta e raffinata, di quei film incentrati sulle biografie di cantanti famosi, molto in voga negli ultimi anni. La sceneggiatura, scritta dal regista assieme al produttore Judd Apatow, riprende infatti, deformandoli in una luce grottesca e surreale, tutti i cliché del genere trattato, dallo schema ascesa – caduta – trionfo finale che accompagna le gesta del protagonista, immaginario quanto credibile, alla ricostruzione delle varie epoche attraversate, che è veramente eccezionale.

John C. Reilly, grande caratterista rilanciatosi negli ultimi anni come attore comico, incarna con maestria la figura di Cox, che riassume dentro di sé pregi e difetti (soprattutto difetti) di molte star del rock realmente esistite, ognuna delle quali già portata sullo schermo in altrettanti film: Dewey è un po’ Johnny Cash (per la prima parte del film, piuttosto simile, fin dal titolo, a Walk The Line, dall’omicidio accidentale del fratello al rapporto con la donna della sua vita, la corista che ricorda June Carter), un po’ Ray Charles (per la dipendenza autodistruttiva dalle droghe, trattata in maniera analoga in Ray), un po’ Bob Dylan (per il rapporto difficile con i giornalisti e l’impegno civile, in una scena in bianco e nero ripresa da Don’t Look Back e dal più recente I’m Not There), un po’ Jim Morrison, un po’ Jerry Lee Lewis, un po’ Chuck Berry, senza dimenticare il riferimento ai Beatles e alla loro parentesi spirituale in India, citata nell’esilarante sequenza della meditazione presso il guru Maharishi, in cui l’immaginaria rockstar condivide con il quartetto di Liverpool un’esperienza lisergica, tradotta in un inserto a cartoni animati nello stile di Yellow Submarine.

Film dalla comicità stralunata e cerebrale, distante dai musical demenziali del tipo di School of Rock e Tenacious D, Walk Hard mette in scena una vicenda assolutamente realistica per i temi trattati, con un tono in apparenza serio e compito, costellato però da spunti marcatamente surreali, come il fatto che il protagonista sia interpretato dallo stesso attore, quarantaduenne, dai 14 ai 68 anni, o i dialoghi con il fratello morto, che lui immagina da adulto con le sembianze del pingue comico Jonah Hill, oppure la sequenza della realizzazione del presunto capolavoro psichedelico, con la sala d’incisione stracolma, indigeni e animali inclusi. Non mancano gag ripetute più volte durante la vicenda (il tormentone del padre, che continua a ripetere “È morto il figlio sbagliato!”, il fatto che Dewey trovi spunto da qualunque frase gli venga rivolta per intitolare le sue canzoni, o la debolezza con cui ogni volta cede alla tentazione di sperimentare una nuova droga offertagli dal batterista), ma è tutto funzionale all’obiettivo artistico di mettere a nudo, portandole all’estremo, le caratteristiche di un genere molto frequentato nella cinematografia recente, cui si deve rendere il merito di aver fatto conoscere e apprezzare alle giovani generazioni musicisti che avrebbero rischiato altrimenti di finire nel dimenticatoio, ma anche il demerito di averli il più delle volte ritratti in una dimensione troppo eroica e agiografica, non senza sbavature nel melodramma e nel lirismo esagerato, scadendo spesso nel cattivo gusto.

Come in ogni biopic musicale che si rispetti, la colonna sonora è comunque straordinaria, con Reilly che canta e suona davvero i pezzi originali di Cox (dimostrandosi un artista a tutto tondo), da lui scritti assieme a Judd Apatow ispirandosi ai vari generi trattati dal personaggio nella sua lunga carriera (rock’n’roll, country, folk-rock, psichedelica, disco music). Fra i cantanti coinvolti nell’operazione, Eddie Vedder, Jewel Kilcher, Jackson Browne, Lyle Lovett nella parte di sé stessi, Jack White (leader dei White Stripes), nel ruolo di Elvis Presley, mentre i Beatles sono interpretati rispettivamente da uno spassoso Jack Black (Paul), Paul Rudd (John), Justin Long (George) e Jason Schwartzman (Ringo).

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Chiara C.
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