L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo (titolone infelice sotto cui si cela il più laconico Trumbo), diretto da Jay Roach e interpretato da Bryan Cranston, è un biopic di stampo tradizionale, che ripercorre trent’anni di vita del grandissimo sceneggiatore hollywoodiano, che negli anni Quaranta, all’apice del successo, fu perseguitato per le sue simpatie comuniste e inserito nella Lista Nera dei Dieci di Hollywood.

Fin dai primi minuti, l’impressione è quella di avere a che fare con un’opera troppo semplicistica, il cui principale punto debole, nonostante il soggetto trattato, si rivela proprio la sceneggiatura, che trasforma una delle pagine più controverse della storia americana in uno sterile scontro tra buoni e cattivi, senza la minima sfumatura, mostrando i comunisti come idealisti ingenui, solidali e sempre innocenti, mentre i loro nemici conservatori come fanatici ottusi e pedine del sistema. Non tanto per un’adesione ideologica, quanto per una superficialità diffusa, che tende a stemperare la drammaticità degli eventi con toni da commedia (genere di cui Roach è specialista), riducendo gli avversari del protagonista a personaggi caricaturali, come il John Wayne bisteccone e poco sveglio di David James Elliott e la subdola cronista Hedda Hopper, che una pur spassosa Helen Mirren ritrae come una Crudelia De Mon del giornalismo scandalistico.

Nonostante un’ineccepibile prova recitativa, all’insegna dell’istrionismo, lo stesso Bryan Cranston non riesce, per colpa del copione, a restituirci la complessità del personaggio, né dal lato umano né da quello politico. Né, tantomeno, si parla abbastanza della genesi delle sue opere. La parte più riuscita del film è, in fondo, quella centrale, in cui Trumbo, a cui era stato impedito di lavorare a Hollywood, cerca di mantenersi scrivendo sotto pseudonimo per il produttore di serie B Louis King (un John Goodman gradevolissimo, ma sempre all’insegna della comicità), e nella frenesia della scrittura mette a rischio la propria salute e i rapporti con la famiglia, specie con la figlia maggiore Nikola (Elle Fanning), ma tutto rientra troppo presto, e col sorriso, per lasciare il segno. Idem per la parentesi carceraria, dove la strana figura del detenuto di colore (Adewale Akinnuoye-Agbaje), che disprezza il comunismo e ama John Wayne, rimane solo abbozzata.

Neanche la regia, un po’ piatta, offre molto, limitandosi a una ricostruzione d’epoca appena sufficiente, che passa per un’alternanza di colore e bianco e nero e un largo uso di sequenze di repertorio in cui vengono inseriti gli attori al posto dei personaggi originali, con un effetto non sempre convincente.

La morale del film risulta in fondo conciliante, dando a tutti – indagati e delatori – la connotazione di vittime del sistema, e sottolineando la disponibilità di Hollywood a rimediare al torto, quasi a non voler irritare l’Academy in vista di un possibile premio a Cranston; ma su temi analoghi, Il prestanome di Martin Ritt, opera del 1976, pur nella sua apparente leggerezza aveva ben altra forza drammatica.

Davide V.
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