La sezione Fuori Concorso di Venezia 74 ci ha regalato due esempi di cinema indipendente americano che non potrebbero essere più diversi nello stile e nelle tematiche: il brutale, iperviolento prison-movie Brawl in Cell Block 99, di S. Craig Zahler, e il raffinato, introspettivo ritratto femminile dal titolo The Private Life of a Modern Woman, di James Toback.

Brawl in Cell Block 99

Brawl in Cell Block 99 segue l‘odissea di Bradley (Vince Vaughn), un ex pugile divenuto spacciatore che, finito in carcere, è costretto a commettere e subire sotto ricatto azioni sempre più crudeli. Lo schema narrativo del viaggio all’inferno, nel quale l’unica maniera per sopravvivere è uccidere, riprende quello del film d’esordio di Zahler, il sorprendente horror western Bone Tomahawk, ma senza possederne la stessa forza. A una fase preparatoria fuori dal carcere incentrata sulla romance con Lauren (Jennifer Carpenter), segue un’escalation di ossa spezzate e volti spappolati basata su un’estetica della violenza molto splatter, che nel suo ignorare l’anatomia umana richiama certe produzioni orientali, come il giapponese Riki-Oh: The Story of Ricky. A parte i rimandi al classico di Don Siegel Rivolta al blocco 11 (che si risolvono nel titolo e nell’ambientazione in una delle prigioni più sudicie e disumane mai viste sullo schermo), Zahler contrappone al divertito citazionismo di Tarantino un nichilismo catartico, appena alleggerito dagli spunti di umorismo sarcastico affidati alla flemma sudista del mastodontico Vince Vaughn; il quale, nel ruolo di inarrestabile macchina omicida non immune ai sentimenti – un po’ alla Wilson Fisk di Daredevil, cui somiglia per fisicità e modo di combattere – se la cava, anche se il carisma di Vincent D’Onofrio è un’altra cosa. Due villain di maniera come il direttore interpretato da Don Johnson e il sadico criminale di Udo Kier completano il quadro di un film di genere perfetto per una proiezione di mezzanotte, ma un po’ ripetitivo oltre che, con i suoi 132 minuti, troppo lungo.

The Private Life of a Modern Woman è invece incentrato sulla figura di Vera (Sienna Miller), un’attrice di successo che, dopo aver ucciso il fidanzato violento, entra in una spirale di angoscia e insicurezza che la porta a non fidarsi di nessuno. Interamente ambientato in un attico e costruito come un flusso di coscienza, il film del veterano Toback utilizza una narrazione degli eventi non lineare, che si esplica sia con i salti temporali della sceneggiatura, che con soluzioni registiche come lo split screen, restituendo perfettamente allo spettatore l’ansia e la frammentazione interiore della protagonista. Pur mettendo in scena dettagli di dipinti di Hieronymus Bosch e citando opere di Dostojevskij e Dickens sul tema del delitto, Toback evita di cadere in un eccesso di intellettualismo e dimostra grande sensibilità nel raccontare i tormenti di Vera, grazie anche alla totale empatia di un’eccellente Sienna Miller (in quella che è per adesso la sua prova migliore in assoluto), diva esteticamente impeccabile ma distrutta dentro. In un cast di alto livello, ancor più che Alec Baldwin nella parte del detective giganteggia l’ultraottantenne Charles Grodin, che interpreta il ruolo chiave del nonno della ragazza, affetto da demenza senile, nella sequenza forse migliore dell’intero film; un’opera che, pur nella sua brevità, lascia il segno.