Tornato alla Mostra del Cinema quattro anni dopo la presentazione in Concorso del deludente The Endless River, Oliver Hermanus partecipa alla sezione Orizzonti di Venezia 76 con Moffie. Il regista sudafricano, al suo quarto film, torna ad affrontare, da un diverso punto di vista, quelle tematiche lgbt già al centro di Beauty – con il quale vinse la Queer Palm a Cannes nel 2011 – realizzando in questo caso la trasposizione dell’omonimo romanzo autobiografico del connazionale André Carl van der Merwe.

Moffie

Moffie – termine dispregiativo usato nel gergo Afrikaans per definire uomini gay o effeminati – è una storia ambientata nel Sudafrica del 1981, governato dalla minoranza bianca e impegnato in una guerra con la confinante Angola. Come tutti i ragazzi della sua età, il sedicenne Nicholas deve prestare servizio di leva per due anni. Ma oltre alla durezza della vita militare, si troverà ad affrontare i turbamenti causati dall’attrazione per un’altra recluta: sentimento che, nella società dell’Apartheid, che classifica gli omosessuali come nemici della nazione al pari dei neri e dei comunisti, viene considerato alla stregua di una malattia mentale e, come tale, trattato con metodi disumani.

Mettendo in scena la maturazione sotto le armi del protagonista, che acquista consapevolezza del proprio orientamento sessuale ma, al tempo stesso, della necessità di mantenerlo segreto per proteggerlo dalla crudeltà di superiori e commilitoni, Hermanus dà prova di una certa sensibilità di sguardo, che lo porta a raccontare la storia d’amore gay in maniera delicata e con sincera partecipazione emotiva. Al tempo stesso, però, tende a perdere di vista le altre tematiche trattate nel romanzo, a cominciare da quella dell’odio razziale nei confronti dei neri e della fobia anticomunista con cui vengono educate le giovani reclute. Efficace nel mostrare il feroce machismo della società Afrikaans, con il procedere della vicenda il film perde di mordente, e gli stessi contrasti fra soldati sembrano cedere in maniera troppo meccanica a un generico cameratismo, sacrificando così la caratterizzazione dei singoli personaggi.

Moffie

Il risultato finale sembra quasi una rivisitazione di Full Metal Jacket in terra sudafricana, a cominciare dalla struttura narrativa nettamente divisa in due parti – l’addestramento e la guerra, più un prologo e un epilogo – e dalla riproposizione di personaggi e meccaniche tipiche del genere, dal sergente istruttore carogna al bullismo fra commilitoni, con tanto di crollo nervoso della recluta più fragile. Il ruolo dei neri – vissuti dalla società Afrikaans con un misto di disprezzo e paura, come popolo inferiore ma anche come pericolo, da combattere sul suo stesso territorio – corrisponde poi a quello dei Vietcong nel capolavoro di Kubrick, al quale rimanda anche l’unica, vera sequenza di guerra in cui sono coinvolti i ragazzi, molto simile a quella, entrata nella storia, della ragazza cecchino.

Un lavoro di sottrazione forse eccessivo riduce quindi un romanzo di formazione sudafricano dal grande potenziale di rappresentazione storica – al pari del classico La forza del singolo, portato sullo schermo nel 1992 – a un dramma onesto ma incapace di sviluppare tutti i temi che enuncia, valido come ritratto intimo del protagonista ma un po’ carente nel raccontare il contesto.

Davide V.Alice Casarini
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