Concluso da pochi giorni uno degli appuntamenti preferiti dai cinefili di tutto il mondo, il Cinema Ritrovato 2017, è difficile scegliere su quale aspetto della gigantesca offerta scrivere, dato appunto la quantità di proposte, colpi di fulmine, reinnamoramenti, scoperte e riscoperte che la rassegna bolognese offre. Forse l’unico vero difetto della manifestazione è proprio l’eccesso dell’offerta, che obbliga a troppe decisioni e rinunce, nonostante dall’altro lato sia l’ideale per soddisfare davvero tutti i gusti. È opportuno forse, per quanto siano state magnifiche le visioni in piazza de La corazzata Potemkin, de L’Atalante e di Johnny Guitar e per quanto non faccia mai male ripassare un classico con Robert Mitchum o uno dei fiammeggianti melò di Douglas Sirk, porre la luce del lumicino su quei registi e quei film rimasti ai margini della storiografia e delle conoscenze più diffuse.

il Cinema Ritrovato 2017

É il caso per esempio di William K. Howard, regista della Hollywood classica estremamente prolifico tra gli anni ’20 e ’30 e la cui carriera venne bloccata negli anni ’40 da problemi e sventure personali, che lo condannarono al dimenticatoio. Tra i cinque suoi film selezionati, il migliore è stato The Power and the Glory, sceneggiato da Preston Sturges e nel quale Spencer Tracy interpreta l’epopea di un magnate delle ferrovie molto simile a quella raccontata in Quarto potere. I rimandi alla pietra miliare di Orson Welles non sono solo a livello di “trama”, ma anche in certe soluzioni di sguardo; un certo virtuosismo, per quanto perfettamente inserito nella grammatica della classicità, è del resto l’aspetto più interessante della poetica del regista. Si vedano le panoramiche a schiaffo che sostituiscono le dissolvenze e danno ritmo all’origine teatrale della deliziosa commedia giudiziaria The Trial of Vivienne Ware (1932), l’utilizzo della profondità di campo, la cinepresa mobile e i giochi di luce (evidenti proprio in molte delle sequenze migliori di The Power and the Glory). Altra costante del suo cinema è il tono da commedia, come dimostra l’ironica e gradevole rilettura di Sherlock Holmes (1932), presente anche nei film più drammatici; ancora, e si vede la mano di Sturges, ne Il potere e la gloria e nell’ambizioso affresco di umanità varia ambientato su una nave da crociera Transatlantic (1931).

Attraversando l’Oceano, l’altra grande riscoperta di questa edizione è stata quella del tedesco Helmut Käutner, lucido narratore dei travagli della Germania nell’immediato secondo dopoguerra. La crisi della Germania si riflette indirettamente nella malinconia che pervade Unter den Brücken (1946), storia di un triangolo amoroso tra tre solitudini ambientato su una chiatta fluviale, a metà strada tra il coevo neorealismo e l’irrealtà dei telefoni bianchi e intrisa, pur con numerosi momenti divertenti, di mestizia e malinconia. Più diretto e spietato è la sorta di processo alla nazione travestito da film noir Epilog (1950), nel quale varie figure decisive, più nel male che nel bene, delle trasformazioni del paese e del suo recente passato si ritrovano bloccate su uno yacht a fronteggiare l’allarme di una bomba pronta a scoppiare, scatenando in un vortice autodistruttivo dal substrato moralista tutta la loro malvagità.