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Con Jackie Pablo Larrain supera senza scossoni una prova ricca d’insidie – lo sbarco in America e in una produzione dal controllo più ferreo – e conferma, se ce ne fosse stato ancora il bisogno, di essere uno dei più importanti autori maturati nell’ultimo decennio. Il regista cileno infatti, come in Neruda, non realizza un biopic, ma regala, giocando in un campo decisivo della mitologia statunitense, un’opera ambigua, dolente e stratificata, la cui potenza spesso agisce in sotterranea per riaffiorare prepotentemente in superficie in determinati momenti. Più palesemente “libero” e fantasioso il film dedicato al poeta cileno, apparentemente più quadrato e controllato, ma nella sostanza altrettanto caratterizzato da spinte centrifughe, quello dedicato alla first lady.

Raccontando di Jacqueline Kennedy nei giorni trascorsi tra l’attentato in cui a Dallas venne ucciso JFK e la sua sepoltura, tratteggia un ritratto sfaccettato di una donna continuamente strattonata da pulsioni diverse e spesso opposte tra loro. In Jackie, a cui dà linfa vitale una straordinaria Natalie Portman (bravissima in particolare a gestire i saliscendi della voce, cosa che speriamo non si perda nel doppiaggio), convivono infatti la forza di chi non vuole perdere il ruolo e l’importanza conquistati e la debolezza di chi si sente sbriciolare la terra sotto i piedi; l’amore per il marito e il dolore per la sua perdita e la consapevolezza che le cose con lui non sono state così rosee come l’apparenza impone di dire e che anche la sua grandezza aveva zone d’ombra (significative le “frecciatine” lanciate nei dialoghi tra lei e Bob Kennedy); la sofferenza di chi in qualche modo si è sempre sentita incompleta e sacrificata e la consapevolezza sofferta, e a tratti quasi cinica, di chi sa che questo sacrificio è necessario; in sintesi, tra il dolore e l’egocentrismo.

Realizzando questo ritratto, Larrain ragiona sul rapporto contrastante e vischioso tra pubblico e privato e tra potere e apparenza, tematica rafforzata dalla costruzione cronologica non lineare e dai diversi stili con cui vengono rappresentate i singoli spezzoni narrativi; una costruzione più pulita ed elegante nei momenti in cui Jackie si comporta come la first lady e appare più forte e decisa, la sgranatura simile ai reportage d’epoca nella ricostruzione dei momenti “storici” e la fotografia sporca e la cinepresa traballante (firma tipica del regista cileno) nei momenti in cui la protagonista dà sfogo alla sua sofferenza e alle sue recriminazioni. Così, come nei suoi film precedenti, il regista racconta di un individuo influenzato da eventi storici e politici più vasti, che riecheggiano continuamente nel ritratto del singolo, la cui centralità metaforica è espressa dai frequenti primi piani tipici della sua poetica. Si noti per esempio come, nella sequenza dell’attentato, il corpo colpito di JFK sta in una sorta di fuori campo interno all’inquadratura, e il lume rimane puntato sulla donna protagonista. Le pulsioni opposte tra loro si riuniscono nel finale, seguendo le note del musical Camelot; una chiusa apparentemente serena e conciliante, ma in realtà definitiva e amara prova dell’ambiguità e della sofferenza inevitabili nel rapporto tra consapevolezza privata e apparenza pubblica.

Edoardo P.Alice C.Antonio M.Chiara C.Davide V.Ilaria D.Michele B.Thomas M.
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