In concomitanza con il trentesimo anniversario di Ritorno al futuro – il capolavoro anni ’80 che lo innalzò nell’Olimpo dei grandi registi nelle vesti di “vice-Spielberg” – il veterano di Hollywood Robert Zemeckis torna nelle sale con The Walk, la storia del funambolo francese Philippe Petit e della sua performance più significativa: la camminata su un cavo d’acciaio sospeso tra le due Torri Gemelle, avvenuta nel 1974 e già al centro del documentario di James Marsh Man on Wire, che vinse l’Oscar nel 2009.

Pur alle prese con una storia vera, Zemeckis rimane fedele al proprio stile talvolta fiabesco, e dà vita al ritratto accattivante di un avventato scavezzacollo in perfetta sintonia con i protagonisti delle sue opere precedenti: pronto a sfidare le leggi della fisica per inseguire un sogno come Marty e Doc, e disposto a trasgredire quelle penali come il pilota di Flight, dando prova della stessa forza di volontà un po’ incosciente (ma non dello stesso candore) di Forrest Gump, che fa di lui un eroe popolare, Philippe Petit – che ha il volto ammiccante di un Joseph Gordon-Levitt decisamente a suo agio in un ruolo mainstream – è la quintessenza del cinema di Zemeckis, qui nel doppio ruolo di regista e sceneggiatore. Se in quest’ultima veste il cineasta poco aggiunge alla sua filmografia, caratterizzando il personaggio in maniera gradevole ma non memorabile, all’interno di una storia semplice e lineare, che segue inizialmente le regole del biopic, in maniera neanche troppo approfondita (sottoutilizzato Ben Kingsley nella parte del mentore, che esce presto di scena con una discutibile ellissi narrativa), per poi trasformarsi verso la metà in una specie di scanzonato caper-movie, è nella regia che il cineasta sessantatreenne dimostra di avere ancora molte carte da giocare.

Con la stessa abilità con cui portò l’interazione fra disegni animati e attori in carne e ossa (Chi ha incastrato Roger Rabbit) e la performance capture (A Christmas Carol) a livelli di fluidità mai visti, in The Walk Zemeckis trae il meglio dalla fotografia in 3D stereoscopico, soprattutto nel climax ambientato in cima al World Trade Center. Tutta la sequenza della traversata è un capolavoro di tecnica registica, capace di emozionare e di stupire per come ricrea il senso di instabilità, ma al tempo stesso la scarica di adrenalina, che sta vivendo Philippe, sospeso nel vuoto a 381 metri d’altezza senza protezioni. Dare vita a una dichiarazione d’amore così sincera alle Torri Gemelle come simbolo di realizzazione del sogno americano senza cadere troppo nella retorica non era cosa facile, eppure il film, grazie alla potenza delle immagini, sembra riuscirci. E poco importa se per il resto ci si limiti a una diligente professionalità di genere (impeccabili la ricostruzione d’epoca e la colonna sonora piena di cover in francese di hit del tempo): basta quella mezz’ora per distinguere il tocco di un vero autore, per quanto hollywoodiano, da quello di cloni improvvisati di Michael Bay. A patto di vedere il film in sala, in 3D e da una buona posizione.

Davide V.
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