Tim Burton torna nelle sale con un film all’apparenza lontano dalle sue corde: Big Eyes, storia della pittrice Margaret Keane, la quale per anni ha lavorato nell’ombra facendo credere al mondo che i suoi quadri – tutti rappresentanti bambine dagli occhioni tristi – fossero in realtà opere create dal marito, infingardo e manipolatore genio del marketing. Questo fino a quando l’orgoglio e la dignità ferita della donna non esploderanno e un processo non renderà nota la clamorosa verità.

Anche se intrappolato nel manierismo sempre più di facciata e sempre più superficiale dei suoi ultimi film, “burtoniani” nella confezione più che nell’essenza, potrebbe sembrare strano che l’autore di Edward Mani di Forbice, il regista “fantasioso” per eccellenza degli ultimi decenni, si cimenti con il genere probabilmente meno malleabile e a maggior rischio convenzionalità: il biopic basato su una storia vera con annessa morale. E può sorprendere anche il fatto che questo Big Eyes arrivi, nonostante tutto e anche se in maniera collaterale, decisamente più vicino al cuore della poetica burtoniana delle varie Alici e dei vari Sweeney Todd. Un po’ come se il regista avesse voluto provare a smarcarsi dalle gabbie più immediate del suo modo di fare cinema cimentandosi col filone teoricamente più lontano da lui proprio per ritrovare il cuore della sua poetica.

È vero che il film rispetta a grandi linee le coordinate tipiche del genere e non sempre, soprattutto verso il finale, riesce a evitare le trappole della convenzionalità edificante, ma allo stesso tempo Burton dissemina continuamente la narrazione di elementi collaterali e di particolari stilistici che paiono voler contrastare la spinta più naturale della narrazione, come una forza centrifuga che continuamente cerca di riavvicinare il soggetto agli universi burtoniani, sottolineando così la sostanza di segregazione e di ingiustizia della vicenda. Emblematica dichiarazione d’intenti sembra essere, per esempio, la primissima inquadratura, rappresentante un ordinato sobborgo dalle case tutte uguali, reso inquietante dalla geometria e dalla fotografia color pastello. È proprio il contrasto tra la calda fotografia color pastello e la cupezza della condizione della protagonista l’elemento visivo più appariscente, ma sono soprattutto elementi più collaterali, dettagli di un’inquadratura o di una sequenza, a dare a Big Eyes un senso di incubo, spesso condito da sardonica ironia, costante tanto quanto sommerso.

Aiutato da un’angelica Amy Adams, a cui non serve essere particolarmente espressiva per essere perfetta per il ruolo, più che da un Christoph Waltz che non sempre controlla il suo istrionismo, Burton realizza un film “strano” e stratificato, certamente con momenti più deboli e meno compiuti di altri, ma in cui la sua voce più tipica torna a risuonare con forza, anche se non in maniera immediata né appariscente.

Edoardo P.Alice C.Davide V.Sara M.
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