Rinchiuso in un carcere israeliano, in attesa di essere processato per crimini di guerra, il drammaturgo americano Howard Campbell jr. (Nick Nolte – I guerrieri dell’inferno, Affliction), scrive le sue memorie, ricordando gli eventi che lo hanno portato fin lì: trasferitosi da ragazzo in Germania, divenne un autore di successo in lingua tedesca, sposò la bellissima attrice Helga (Sheryl Lee – Twin Peaks, Vampires) e rimase estraneo e disinteressato ai cambiamenti politici che portarono all’ascesa di Hitler e alla Seconda Guerra Mondiale; tuttavia, il misterioso connazionale Frank Wirtanen (John Goodman – Matinée, Il grande Lebowski) lo convinse a lavorare per gli Alleati, trasmettendo segnali in codice attraverso una trasmissione radiofonica di propaganda nazista. Dopo il conflitto, con la moglie data per morta in un bombardamento alleato, Howard tornò in America sotto falso nome e visse un’esistenza mediocre e semi-clandestina, stringendo amicizia soltanto con il solitario pittore George Kraft (Alan Arkin – Comma 22, Little Miss Sunshine), fino a che un gruppo di vecchi simpatizzanti nazisti, all’oscuro della sua attività di spia, non ne scoprirono la vera identità e lo convinsero ad unirsi alla loro organizzazione, portandogli un dono che non avrebbe potuto rifiutare…

Tratto dal romanzo di Kurt Vonnegut Madre notte (1961), questo film diretto dall’attore Keith Gordon (The Singing Detective) è probabilmente la migliore trasposizione cinematografica di un’opera del grande scrittore e attivista americano, l’unica a coglierne in pieno lo spirito anarcoide e libertario senza scadere nella mera trascrizione letteraria o negli eccessi grotteschi, ma dando vita, al contrario, a una pregevole e interessante pellicola.

Rispettando la narrazione in prima persona del romanzo, Gordon e lo sceneggiatore Robert B. Weide (futuro regista di Star System), costruiscono, attraverso una serie di flashback, una vicenda storica e umana in cui è facile identificarsi, rendendo credibile il ritratto di un personaggio pieno di debolezze ma profondamente umano, romantico ed individualista, coinvolto suo malgrado in una situazione più grande di lui, diventando al tempo stesso eroe della patria e criminale di guerra, la cui scelta finale rivela, però, una moralità profonda, ben maggiore di tutte le altre parti in causa. Emblematico risulta, nel delineare il carattere del protagonista, il concetto di “nazione di due”, ovvero la rappresentazione ideale dell’amore di coppia come sola oasi di pace in un mondo dominato dalla follia, quindi come unico scopo per cui valga la pena vivere, venuto meno il quale, ogni scelta perde senso e valore, e restano solo il rimorso e la rassegnazione.

A incarnare il complesso e tormentato personaggio, con un’azzardata ma geniale scelta di casting, è un Nick Nolte in assoluto stato di grazia, lontano dai ruoli da duro con i quali era divenuto famoso sia in chiave drammatica che comica, e capace di un’interpretazione piena di sfumature, alla quale rende un eccellente servizio il volto granitico e decisamente “ariano”, ma segnato da uno sguardo dolente e malinconico; e poco importa se, impersonando Campbell in trent’anni di vita, risulta poco credibile nelle scene ambientate durante la giovinezza: non è certo qualche ruga di troppo, a togliere valore e spessore ad una prova così vicina alla perfezione.

Il resto del cast è all’altezza, dalla stupenda Sheryl Lee di lynchiana memoria, personificazione della donna-musa al tempo stesso eterea e carnale, al jolly John Goodman (una sorta di amico immaginario del protagonista, con il quale instaura un rapporto che anticipa, per certi versi, quello fra Russell Crowe e Ed Harris in A Beautiful Mind), dal veterano Alan Arkin alla giovanissima e promettente Kirsten Dunst, che interpreta la sorella minore di Helga, fino a un istrionico Frankie Faison nel ruolo di un leader separatista nero affiliato ai nazisti. Lo stesso Vonnegut, che approvò il film, è riconoscibile in un breve cameo come passante per le strade di New York. Eccellenti risultano anche la fotografia di Tom Richmond, tutta sui toni del verde e del marrone, la ricostruzione d’epoca e la colonna sonora, che unisce un classico come White Christmas di Irving Berlin, che si sente più volte durante il film in quanto canzone preferita di Howard e Helga, a pezzi originali del compositore estone Arvo Pärt.

Nonostante il suo valore, Confessione finale fu distribuito in Italia in pochissime copie e con qualche anno di ritardo, per poi finire molto presto nell’oblio, salvo essere ripresentato in DVD, l’anno scorso, come un film con protagonista femminile Kirsten Dunst, sfruttandone il successo riscosso negli ultimi tempi, nonostante il ruolo dell’allora quattordicenne attrice sia in realtà limitato ad un’apparizione di pochi minuti.

Continua a errare con noi su Facebook e Twitter per essere sempre aggiornato sulle recensioni e gli articoli del sito.