Nell’esclusivo Bushwood Country Club si intrecciano le vicende di svariati personaggi: il giovane Danny Noonan (Michael O’Keefe – Il grande Santini), appena uscito dal liceo, lavora come mazziere nella speranza di conquistare una borsa di studio per andare all’università, e si divide fra l’umile fidanzata Maggie (Sarah Holcomb – Animal House) e la snob e sensuale Lacey (Cindy Morgan – Tron); il ricco e annoiato playboy Ty Webb (Chevy Chase – National Lampoon’s Vacation, I tre amigos) passa le sue giornate a giocare a golf e corteggia pigramente Lacey; l’irascibile e paternalista zio di quest’ultima, il giudice Smails (Ted Knight – The Mary Tyler Moore Show), si illude di avere la situazione sotto controllo, ma non riesce a contenere il suo odio nei confronti del volgare costruttore edile Al Czernik (Rodney Dangerfield – Natural Born Killers), che non rispetta l’etichetta del club; il paranoico e frustrato aiuto-giardiniere Carl Spackler (Bill Murray – Ghostbusters, Ricomincio da capo) conduce la sua guerra personale con una marmotta con esiti sempre più disastrosi.

Film d’esordio alla regia di Harold Ramis, Palla da golf contribuì, dopo Animal House (1978) di John Landis e prima di Stripes – Un plotone di svitati (1981) di Ivan Reitman (entrambi sceneggiati dallo stesso Ramis), all’affermazione del sottogenere comico-demenziale come colonna portante del cinema hollywoodiano, interpretato da nuovi talentuosi comici provenienti per la maggior parte dallo show radiofonico della rivista National Lampoon e dallo show televisivo Saturday Night Live della NBC, ma destinato a un pubblico mainstream e non soltanto giovanile.

In questo caso, al di là dell’importanza storica del film, siamo in presenza di un’opera veramente anarchica sul piano cinematografico, in cui Ramis lascia gli interpreti forse un po’ troppo liberi di improvvisare, con battute e virtuosismi che si susseguono allegramente, ma non sempre con il sostegno di una sceneggiatura forte che sappia valorizzarne il talento e i tempi comici. Se questo poteva funzionare benissimo negli sketch del Saturday Night Live, si arriva a fatica alla durata di un lungometraggio senza avvertire un certo smarrimento. Non che manchino momenti esilaranti, come la sequenza in piscina con la parodia scatologica de Lo squalo, che anticipa la volgarità dei fratelli Farrelly, o quella decisamente slapstick di Czernik che si improvvisa skipper con risultati catastrofici, oltre a tutte le scene di caccia di Carl contro la marmotta, realizzata in animatronics, ma il tutto si perde in un caos esagerato, che dà l’impressione di non essere frutto di una precisa scelta registica, ma piuttosto di un’assenza di regia. D’altro canto, la storia portante, quella del ragazzo che non si decide a prendersi le proprie responsabilità, in amore come nella vita, è abbastanza trascurabile, la sua maturazione passa da episodi decisamente improntati al grottesco, e la morale di fondo, enunciata da Ty in una sua massima in cui paragona la vita al golf, invita alla leggerezza, ma senza essere davvero rivoluzionaria, come invece accadeva in Animal House.

Il motivo per cui questo film si fa ancora apprezzare molto sono le straordinarie caratterizzazioni dei quattro mattatori comici, che già avevano dato prova del loro talento in televisione, ma nonostante le età diverse erano più o meno tutti alle prime armi nel cinema. Se Chevy Chase, playboy di famiglia ricca che predica filosofia spicciola, risente in parte del trattamento che gli riserva la sceneggiatura, e finisce con l’avere poco spazio, Bill Murray è un portento, uno schizzato da manuale, la cui ossessione nei confronti del piccolo roditore che gli rovina il lavoro è paragonabile a quella di un personaggio dei cartoni animati di Tex Avery o di Chuck Jones. Molto bravi anche Rodney Dangerfield, emblema del cafone arricchito in ascesa, che sperpera denaro e sogna centri commerciali e complessi residenziali al posto del verde, e la sua nemesi Ted Knight, che incarna invece alla perfezione la vecchia aristocrazia terriera snob, arrogante e bigotta. A completare il quadro sono un inedito Henry Wilcoxon (in passato elegante interprete di film storici) nelle vesti di un prelato fanatico del golf, il veterano del western Albert Salmi (uno dei quattro evasi di Bravados) in quelle del burbero padre di Danny, nonché Brian Doyle Murray, fratello maggiore di Bill, come capo del personale del club e testimone sarcastico degli eventi.

Nonostante l’inaspettato successo ai botteghini americani e il culto di cui tutt’ora gode nel mondo del golf (Tiger Woods ha impersonato Carl in uno spot televisivo), in Italia passò quasi inosservato e fu distribuito malamente in home video. Certo, si tratta di un film in parte sopravvalutato in patria, ma visto il successo spropositato che premiò in seguito, nel nostro paese, opere molto meno innovative e ben più volgari, tanto ostracismo da parte dei distributori e del pubblico nostrano non trova davvero giustificazione.

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