La Ferrari, è un’invenzione: Dounia immagina di guidarla, sfrecciando nel ghetto, col vento tra i bellissimi capelli che troppo spesso porta legati. Money, sembra il verso rubato a qualche sgangherato hip-hop: Dounia lo ripete insieme alla migliore amica Maimuna, tra le litanie arabe del quartiere, come a trasformare, per disperato incantesimo, quella periferia degradata di Parigi in Beverly Hills. E quello è un palco, non è la bidonville in cui vivono: le due ragazzine, vitali e ribelli, spiano la grazia nervosa di un ballerino che prova a ottenere la parte in uno spettacolo, sudando in teatro ogni sera dopo il turno da vigilante al supermercato. Alle due, invece, non va di sudare: scelgono la strada dell’illegalità, in cui è Rebecca, la boss della citè, a menare le danze. Riescono a sfondare? Più probabile che sia un eccesso di velocità.

Divines

Vincitore del Caméra d’Or a Cannes 2016 e disponibile su Netflix, Divines di Houda Benyamina è un dramma di strada su due ragazze che hanno smarrito la via. Dounia, in particolare, è l’aspirante “profeta”, la ragazza disposta a tutto pur di evadere dalla prigione di una vita squallida per inseguire il proprio romanzo criminale. Se Divines fosse solo questo, a dispetto della pazzesca, sfrontata performance di Oulaya Amamra, sarebbe un banale thriller. Invece, il romanzo d’amore, solo accennato per sguardi ostinati, con Diguji (il ballerino Kevin Mischel), inserisce nella storia un accecante raggio di luce: l’intuizione della bellezza, il barlume di una percezione che le cose possano andare diversamente, che non ci sia bisogno di buttarsi via.

E così, più che tra bene e male, giusto e sbagliato, Divines finisce per diventare un meraviglioso chiaroscuro tra bellezza e dannazione: lo sguardo sensuale ma pulito del ballerino fa da contraltare a quello lurido del gangster, a cui Dounia si offre, ballando sul cubo, per loschi propositi; al rosso del rossetto che Dounia per la prima volta, furtivamente, prova al supermercato, nella scoperta del proprio fascino, si contrappone il rosso sangue dei pestaggi. Se ne potrebbero dire tante, ancora. Così anche nel montaggio sonoro: la potenza dei requiem, ma anche i bassi opprimenti dell’hip hop e – peggio – le sirene della polizia, o dei vigili del fuoco.

È un film sporco e sensuale, Divines, di angeli caduti o che cadranno; tra il baratro e l’ebbrezza; in cui errare è umano, anche quando – inconsapevolmente – si ha una bellezza divina. L’atmosfera spesso notturna confonde i vicoli oscuri degli spacciatori alla penombra dei riflettori spenti del teatro, se non ai fumi dei club dove il “money” si versa assieme allo champagne. Quanto è luminoso – e bello, e acerbo, come Oulaya Amamra – questo racconto di Houda Benyamina.

Antonio M.
8