Hell or High Water

Presentato a Cannes, in corsa per tre Golden Globe e disponibile in Italia su Netflix, Hell or High Water non è un film di rapine, pur essendo questo il suo maggiore selling point. Non è neppure un thriller d’azione e anche quando dovrebbe esserlo – come nel finale – tutto è pervaso da una calma soffocante, dall’arsura del sole torrido del Texas che annebbia i sensi.

Curioso che il regista David Mackenzie (Young Adam) sia scozzese, nonostante il paesaggio texano sia descritto in maniera così dettagliata e viscerale, tanto da diventare un personaggio centrale in tutta la vicenda, alla quale il regista contribuisce con un azzeccato approccio realistico e diretto – a volte quasi brutale – nella messa in scena. Più comprensibile che la sceneggiatura sia stata scritta dal Taylor Sheridan di Sons of Anarchy, figlio legittimo dello “Stato della stella solitaria” e già autore dello script dell’ottimo Sicario. Come quest’ultimo, Hell or High Water è (anche) l’esplorazione delle nuove frontiere degli Stati Uniti e dell’umanità che le abita più per mancanza di alternative che per volontà. Un discorso valido anche per Toby (Chris Pine) e Tanner (Ben Foster), due fratelli dai caratteri (e dalle fedine penali) opposte: tanto è calmo e schivo il primo, quanto è esuberante e spaccone l’altro, appena uscito di prigione dopo molti anni. I due pianificano una serie di rapine alle piccole filiali di una banca al fine di racimolare una cifra precisa, la cui utilità emerge solo nella seconda metà del film. Sulle loro tracce, un ranger prossimo alla pensione (Jeff Bridges) e il suo braccio destro indio-messicano.

Ben presto Hell or High Water si palesa come un film sulla crisi, emotiva ed economica, di un angolo sperduto degli Stati Uniti, metonimia dell’intero Paese. Un luogo dove tra una città priva di vita e l’altra ci sono solo enormi spazi vuoti, inquadrati con campi lunghi e riprese aeree che trasmettono la desolazione e la solitudine di un Texas dal quale non sembra possibile fuggire. Il caldo, presenza tangibile e costante, rallenta i ritmi e scioglie le tensioni; il gioco tra guardie e ladri che costituisce la narrativa principale del film non ha la frenesia tipica dei thriller d’azione e risulta difficile etichettarlo anche come western contemporaneo, nonostante nello showdown finale riecheggino le atmosfere dei film sulla frontiera. Tutto il cast fornisce buone prove, una nota di merito va però a Jeff Bridges, perfetto nel ruolo del vecchio tutore della legge stanco e disilluso. Il rapporto col suo assistente è basato su battute a sfondo razziale che l’attore riesce a mantenere sul confine tra il serio e il bonario, contribuendo a dare autenticità al personaggio.

A una descrizione d’ambienti pressoché perfetta e a convincenti dinamiche tra le due coppie protagoniste, fa da contraltare una struttura narrativa fin troppo esile, dalla quale emerge una visione schematica del concetto di “crisi”, su cui lo script ha la pecca di indugiare troppo, soprattutto nella seconda parte. Questo scalfisce la peculiare atmosfera del film, che avrebbe giovato di maggiore allusività, portandolo quasi sul versante del “film a tesi”, dove però non aggiunge variazioni originali al tema.

Eugenio D.A.
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