Non era mai successo che un film di genere fantastico ottenesse il massimo riconoscimento in un Festival d’arte cinematografica come quello del Lido. Ci è riuscito, quest’anno, Guillermo Del Toro, vincitore del Leone d’Oro a Venezia 74 con The Shape of Water, un’opera fin da subito apprezzata sia dal pubblico che dalla critica. Al di là degli entusiasmi per l’importanza simbolica del premio quale apertura verso un cinema più popolare e a lungo considerato appannaggio di soli nerd, di cui il regista messicano rappresenta l’autore forse più visionario, di che cosa parla il film? Seguono lievi spoiler.

The Shape of Water

The Shape of Water è ambientato negli Stati Uniti del 1962. Protagonista è Eliza (Sally Hawkins), una ragazza muta e solitaria, che scopre nel laboratorio segreto del Governo dove lavora come inserviente uno strano essere acquatico prigioniero in una vasca, e instaura con lui un legame che avrà risvolti inaspettati e cambierà la sua vita.

Pur rappresentando un passo avanti rispetto al citazionismo manierista del precedente Crimson Peak, The Shape of Water è un film molto furbo e stratificato, adatto alla fruizione di vari tipi di pubblico, ma che rischia poco. Confezionato in maniera elegante (l’uso di colori e luci è magistrale), ben scritto e interpretato da un cast di alto livello (soprattutto dall’eccellente Sally Hawkins, quasi una Amélie dal marcato desiderio sessuale), il film mette l’indubbio talento visivo di Del Toro al servizio di una storia che punta anzitutto sul romanticismo da fiaba, offrendo allo spettatore la possibilità di sognare ad occhi aperti. In questo senso, l’abbondanza di riferimenti cinefili, che spaziano dalla fantascienza anni ’50 allo spionaggio, fino al musical, rafforza l’atmosfera vintage che avvolge la vicenda.

La trama di base è un aggiornamento della classica storia de La Bella e la Bestia, già portata sullo schermo in varie declinazioni – da King Kong a Il mostro della laguna nera, riprendendo da quest’ultimo il look della creatura – la cui novità consiste nella natura non soltanto platonica del legame fra la donna umana e l’Essere fantastico. Peccato che la dimensione carnale ed erotica in cui la fiaba si evolve strida in parte con la fisicità per nulla sensuale della creatura, che fa più che altro tenerezza, con il risultato che il rapporto fra i due, più che apparire disturbante, scade un po’ nel trash.

Come già fece in quello che rimane forse ancor oggi il suo capolavoro, Il labirinto del fauno, Del Toro inserisce poi elementi fantasy in un contesto storico reale (qui, la Guerra Fredda) per affrontare problematiche sociali d’attualità. Mettendo in scena un’alleanza fra personaggi che rappresentano ognuno un tipo di minoranza – la ragazza muta, la collega afroamericana (Octavia Spencer), l’artista gay (Richard Jenkins), il dissidente russo (Michael Stuhlbarg) e, ovviamente, l’uomo pesce – contro un sistema razzista e fascistoide incarnato dal crudelissimo villain di Michael Shannon, il regista tesse un elogio della diversità che, al di là della nobiltà d’intenti, ha però poche sfumature.

Cosa resta quindi di memorabile a The Shape of Water, al netto delle grandi prove degli attori e di singole sequenze, come quella (straordinaria) della sala che si allaga? L’essere stato il film giusto al momento giusto, spazzando via ogni residuo di snobismo verso questo genere di cinema.

Davide V.
7