Creata da Laeta Kalogridis, Altered Carbon è una serie originale Netflix, adattamento del romanzo di Richard K. Morgan pubblicato nel 2002. Appartiene al filone cyberpunk più classico, basato su un impianto narrativo hard boiled – per intendersi, alla William Gibson, prima ancora che alla Blade Runner –, e infatti il suo protagonista Takeshi Kovacs è un investigatore privato alle prese con un caso da risolvere. Nell’universo di Altered Carbon, la tecnologia ha trasformato il rapporto che le persone hanno col proprio corpo. Tra gli apparati tech che potenziano le abilità umane, ce n’è uno chiamato “pila”, device su cui viene copiata la coscienza dell’individuo in modo che possa essere spostata in un’altra “custodia” quando il corpo originale muore. Le implicazioni di tutto questo sono infinite e forniscono le basi per un mondo narrativo complicato, ma non solo: premesse del genere prestano il fianco a una lunga serie di critiche, qualora lo show non si rivelasse un capolavoro di speculazione filosofica – cosa che puntualmente è accaduta.

Altered Carbon

Pubblico a favore, critica avversa

La maggioranza delle recensioni di Altered Carbon non sono positive, mentre lo è la reazione del pubblico. Su Rotten Tomatoes e Metacritic c’è una notevole disparità tra giudizio critico (intorno al 60%) e un gradimento degli utenti (sull’80-90%). Le critica più diffusa che viene fatta ad Altered Carbon è di essere superficiale nello sviluppare le tematiche chiamate in causa dalle sue premesse. Darren Franich su EW dice che la serie affronta temi come genere, razza e classe con la delicatezza di una fiamma ossidrica. Su Vulture Jen Cheney, come molti altri, accusa lo show di whitewashing, esprimendo dubbi sulla comprensibilità di una trama particolarmente intricata e sull’uso del nudo. Qualcuno difende Altered Carbon dicendo che i suoi aspetti più fracassoni, come nudità e violenza gratuite, lo rendano a modo suo più appetibile. Ma a condividere questa posizione è solo una minoranza (qui trovate una panoramica dei commenti della stampa specializzata).

Ricordiamoci che Altered Carbon non si propone come afferente a quel filone di fantascienza indie particolarmente vivace in questo ultimo decennio, che trova tra i suoi esponenti più iconici la sempre ottima Brit Marling (Another Earth, The OA) e Shane Carruth. Altered Carbon è il contrario di un’opera minimale: è costata una quantità impressionante di denaro, speso bene per realizzare una serie visualmente ricca, sotto questo punto di vista di gran lunga superiore alla media della fantascienza televisiva. Sullo schermo ha la resa di un blockbuster, più che di uno show Netflix.

Altered Carbon

Altered Carbon: corpi e complicazioni

La fantascienza si incrocia quasi sempre con altri generi: in questo caso non ci sono vibrazioni sotterranee da thriller psicologico, perché la serie è nella zona dell’action. La base hard boiled riprende alcuni cliché che oggi possono giustamente suonare anacronistici (come la figura della femme fatale, uscita direttamente dagli anni ’40), impastandoli con elementi più tipici del nostro tempo. Proprio dall’hard boiled deriva il complicarsi della trama: l’investigatore di turno indaga sul suo caso, poi viene risucchiato in un meccanismo a scatole cinesi in cui ogni scoperta lo trascina verso nuovi punti di vista e interpretazioni della realtà. Più indaga, più deve mettere in discussione quello che crede di conoscere, compreso se stesso. Le svolte della trama non sono importanti di per loro; quello che conta è il movimento del personaggio attraverso il flusso degli eventi. E infatti lo show opera delle modifiche rispetto all’intreccio del libro, eppure ne rispetta i contenuti e trova soluzioni che hanno il medesimo significato. Quindi, a contare in Altered Carbon non è tanto il cosa, ma il come.

Il suo universo narrativo è sostenuto da un ragionamento su corpo e identità, il cui rapporto è stravolto. Takeshi Kovacs, da classico investigatore hard boiled, è una vecchia roccia – o se volete anche un ammasso di muscoli monoespressivo – in conflitto con la propria morale e il cinismo che gli è necessario per sopravvivere. Il corpo di Takeshi è importantissimo: è uno dei meccanismi principali della trama e il suo incidente scatenante; è un corpo prestato, diverso da quello che indossava prima e da quello originale. È il corpo statuario di Joel Kinneman, esposto in ogni modo possibile da una regia che lo vuole spesso seminudo, soluzione che molti critici hanno trovato pacchiana (Franich scrive che il culo di Kinneman è quasi un coprotagonista).

Al di là del facile sarcasmo, in Altered Carbon mettere al centro dell’attenzione un corpo ha perfettamente senso proprio in virtù del mondo che viene raccontato: quello in cui i corpi sono contenitori passeggeri, per i quali gli individui imparano a provare distacco, costretti dalle logiche del capitalismo. Il sottotesto della storia di Kovacs però è che questi corpi hanno una loro memoria e una loro identità biologiche, che rendono il meccanismo a cui sono sottoposti non liberatorio ma perverso – idea che si traduce anche in una riflessione interessante sul senso biochimico dell’amore, sviluppata però in modo più sostanzioso nel romanzo di Morgan.

Altered Carbon

Eroismi, melodrammi e una punta di Wachowski

È vero che Altered Carbon intellettualizza poco le implicazioni filosofiche del mondo che genera e che quando lo fa usa soprattutto le immagini, lasciando l’interpretazione allo spettatore, senza declamare i suoi sottotesti – ed è vero anche che siamo abituati a una tv molto espositiva. Come già sottolineato, lo show è soprattutto un action, con un ritmo e un’estetica che richiamano a volte il cyberpunk degli anni ’90: sotto alla perfezione della CGI, ogni tanto affiora lo spirito di Johnny Mnemonic e Total Recall, compreso un certo gusto per le battute one-liner. Altered Carbon ha però vari punti di connessione con il lavoro di altre due autrici spesso criticate – ma molto più amate dal fandom rispetto a Kalogridis – ovvero le sorelle Wachowski.

SPOILER ALERT

L’influenza di Lana e Lilly emerge soprattutto nella trama raccontata nei flashback, che creano un cortocircuito nella costruzione del protagonista. Takeshi Kovacs per la maggior parte del tempo incarna il modello antieroico fornito dall’hard boiled: è l’investigatore dannato e cinico, che si sfalda (anche fisicamente, massacrato di botte) lungo l’arco narrativo. Ma i flashback esplorano una storia diversa, che raggiunge il suo apice nell’episodio 1×07, quasi interamente ambientato nel passato (e quindi con l’attore Will Yun Lee a interpretare Kovacs). Qui Kovacs è un personaggio alla Star Wars, che affronta il più tradizionale dei viaggi dell’eroe, da vero eletto come Neo in Matrix: è buono e puro, pronto a immolarsi per la causa ribelle di una mentore che lo addestra con tecniche alla Morpheus.

La commistione di questi due modelli eroici, innestate sullo stesso protagonista, ha senso in teoria (il passato di Kovacs spiega chi sia in verità e cosa lo abbia reso così cinico); ma finisce per rivelarsi la parte più scricchiolante dell’operazione. La trovata conduce a una scelta discutibile, quella di modificare il personaggio della villain rispetto alla storia originale: per spiegare meglio la connessione tra Kovacs e Reileen, il mostro finale, Kalogridis trasforma l’avversaria già esistente nel libro nella sorella del protagonista. Si genera allora un clima melodrammatico un po’ troppo tendente alla soap opera, che risolve le motivazioni di Rei in modo stucchevole e morboso al tempo stesso, tracimando addirittura in catfight tra lei e l’amica di Kovacs (relegata per l’occasione a damigella in pericolo). Ed è questo l’unico difetto davvero imperdonabile di Altered Carbon.

FINE SPOILER

Nonostante i suoi difetti e le sue sbavature, Altered Carbon è una bella serie di fantascienza a cui dare una chance andando oltre alle innumerevoli stroncature. Poi è chiaro, quando uscirà Mute di Duncan Jones si sprecheranno i commenti che ne affermeranno la superiorità rispetto ad Altered Carbon – d’altra parte, il film si presenta bene e ha un’ambientazione molto simile. Ma non dimenticatevi che anche la serie di Kalogridis ha la sua dignità e che è una delle rare occasioni per vedere la fantascienza in tv realizzata al massimo della sua potenza visuale. Un po’ tamarra, sì, ma godibile.