Stranger Things è la miniserie televisiva che sembra piacere a tutti. Novità di Netflix 2016, in 8 puntate ha fatto meravigliare e rabbrividire soprattutto quel pubblico cresciuto con il cinema fantastico e horror degli anni ’80. La macchina della nostalgia si basa su un citazionismo che copre Stephen King – già dai titoli di testa – e continua con abbondanti dosi di E.T., I Goonies, Stand By Me; e poi Alien, Fenomeni paranormali incontrollabili, Nightmare on Elm Street e via dicendo.

La serie rimane dentro al canone di un fantahorror rassicurante, che ci dice che possiamo avere paura perché nulla di troppo sconvolgente accadrà e il viaggio dell’eroe terminerà salvando i personaggi a cui ci siamo affezionati. Se ci sarà violenza, non sarà troppa e accadrà fuori dall’inquadratura. È una ricetta talmente connaturata alle origini della nostra cultura cinematografica (o meglio, a quella di noi trentenni, vero target dello show) da farci accettare anche qualche plot hole; e non ci arrabbiamo se certi sviluppi sono prevedibili, perché guardando Stranger Things ci sentiamo a casa.

In Stranger Things visitiamo un mondo in cui gli adulti non possono risolvere i problemi, perché la loro logica e le loro regole sono troppo rigide: prevedibili per chi vuole approfittarsene, e inutili davanti al pericolo sovrannaturale del Demogorgone. La fantascienza qui è speciale, perché il mondo dei bambini sa usare gli strumenti scientifici in modo diverso da come li usano gli adulti: le bussole impazzite servono per orientarsi, le radiotrasmittenti parlano con un mondo parallelo. I bambini sono gli scienziati di questo universo sregolato, gli unici in grado di indagarlo. Gli adolescenti usano la fotografia per vedere oltre alla realtà quotidiana, ma rispetto ai bambini hanno perso intuizione e creatività: il loro ruolo diventa quello dei cacciatori, la loro tecnologia fatta di armi improvvisate. Gli adulti sono tutti ciechi, come i genitori di Nancy e Mike, perennemente ignari degli ospiti che hanno in casa. Gli unici abbastanza aperti da intuire una verità straordinaria sono quelli danneggiati, ipersensibili e drogati, come il poliziotto Hopper, o la madre di Will (Winona Ryder) che usa le luci di Natale per comunicare col figlio scomparso. Sono gli esploratori di questa storia, ma faticano a smettere di ricorrere alla logica del mondo adulto, e rischiano di scendere a patti con il diavolo.

E poi c’è l’Upside Down, il mondo alla rovescia. La serie lo svela lentamente nel corso degli episodi, mettendoci di fronte a qualcosa di molto meno rassicurante rispetto al resto. È una dimensione speculare alla nostra, dove le cose sono identiche, ma paurose e orribili; dove vivono i mostri, e chi ci entra si può perdere, morendo nel terrore e nella solitudine. Forse una metafora della depressione, già incarnata dai protagonisti adulti. Il finale, disturbante rispetto al clima generale, apre a un futuro più sinistro del presente: una seconda stagione inquietante, ma anche una vita adulta che potrebbe rivelarsi spaventosa.

Sara M.Davide V.
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