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The OA è una serie originale di Netflix creata da Brit Marling e Zal Batmanglij. Originale è la parola giusta: otto episodi che durano dai 30 ai 60 minuti, appeal più cinematografico che televisivo, e soprattutto una storia che mescola l’immancabile romanzo di formazione a elementi che valicano i limiti della fantascienza. Se vogliamo dare un’etichetta a The OA, quella più azzeccata è New Weird.

Zal Batmanglij e Brit Marling sono storici collaboratori, che forse conoscete già per i film Sound of My Voice e The East. Batmanglij è il regista, Marling l’interprete principale e la coautrice degli script, tra cui anche quello di Another Earth di Mike Cahill. L’impronta di The OA ricorda questi film, in cui il ritratto realistico della suburbia americana sfuma in racconti dal sapore mistico. I tempi si dilatano, Marling interpreta un personaggio messianico – una ragazza marginale eppure speciale, ma anche qualcuno a cui non sappiamo se credere o meno. Questo il meccanismo fondamentale di The OA: la concessione della fiducia nel prossimo come nuovo punto di partenza nella vita di una persona. O, meglio ancora, di un gruppo di persone.

Una tv come quella di Batmanglij e Marling non la vediamo spesso. The OA è una delle rare serie in cui lo stesso regista, Batmanglij, dirige ogni episodio (come Cary Fukunaga nella prima stagione di True Detective). La cifra stilistica è quella di un certo cinema indie da festival, caro ai suoi autori, in cui la nota weird è sempre dominante. C’è uno scienziato pazzo, c’è un mistero e c’è un racconto nel racconto che ricorda La storia infinita, con dei ragazzini in una soffitta buia che, come lo spettatore, vogliono sapere come andrà a finire. Gli elementi sovrannaturali sono dosati con mano leggera e pesante al tempo stesso: la vicenda è assurda, surreale, ma la sua resa grafica è minimale, costruita sulle scenografie sobrie, sui dettagli. Guardiamo i personaggi da vicino, ed è la relazione tra loro il vero cuore della vicenda.

È un’operazione simile a Twin Peaks non per il suo stile, ma per i presupposti. The OA ribalta i linguaggi della serialità televisiva a cui siamo abituati oggi. Gioca coi ritmi, con le attese; il mondo ordinario viene contaminato da uno straordinario, come un’infiltrazione che mescola le due dimensioni fino a che non sappiamo più distinguerle. È televisione weird, roba che non si vede quasi mai. E, come fa notare Vulture, The OA racconta una storia queer, perché al centro dell’opera c’è l’idea di famiglia come gruppo di persone che si scelgono tra loro, al di là di qualsiasi convenzione e legame di sangue.

Il suo senso ultimo è semplicissimo: The OA parla del bisogno che abbiamo degli altri, della necessità di accettare la loro identità per uscire dal nostro dolore individuale, per vivere e condividere. A molti piacerà, altri la troveranno insopportabile. Le denigrazioni non sono mancate, specie da parte di chi l’accusa di ridicolo e confonde la sua stranezza con una banale pulsione New Age. Ma non fidatevi. The OA è bellissima così com’è.

Sara M.Giacomo B.
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