Logan

L’annunciato addio di Hugh Jackman al personaggio di Logan, che aveva interpretato fin dal primo film sui mutanti Marvel della Fox (2000), avviene nel migliore dei modi, con un’avventura in solitaria, Logan – The Wolverine, finalmente rated R (il che ha permesso di mostrare esplicitamente il sangue che scorre e gli altri effetti degli artigli nelle scene d’azione), e degna del talento dell’attore, che offre un’interpretazione a dir poco straordinaria. Dal precedente, mediocre Wolverine – L’immortale eredita il regista, un James Mangold che, in questo caso, dimostra grande padronanza nel gestire tempi e spazi di un racconto di ampio respiro, dai toni crepuscolari, ma non del tutto nichilista.

Il film si ispira – ma molto alla lontana – alla saga fumettistica Vecchio Logan, di cui condivide l’ambientazione in un futuro distopico, dove gli X-Men sono quasi tutti morti, e la struttura narrativa on the road. In questa versione, Logan, ridotto a fare l’autista e a badare a un Professor Xavier novantenne e affetto da una malattia mentale, accetta di intraprendere un lungo viaggio per portare in salvo una ragazzina, Laura, che possiede il suo stesso DNA e i suoi stessi poteri, e nella quale potrebbe risiedere il futuro del gene mutante; il che, ovviamente, fa gola anche ai cattivi, mercenari al soldo di una multinazionale della biogenetica.

Nell’estrema umanizzazione del protagonista, che non viene mai chiamato Wolverine, e viene messo a nudo nella sua vulnerabilità, risiede la principale forza del film. Ma si va oltre l’iperrealismo dark del Batman di Nolan. Con un audace espediente metalinguistico, ben diverso da quello scherzoso di Deadpool, qui Logan sa che le sue storie sono state raccontate nei fumetti, ma che non tutto ciò che è stato scritto è vero, ed è altrettanto consapevole che Wolverine non può più esistere, sopraffatto da una realtà nella quale è un uomo attempato e non più immortale, il cui fattore di guarigione si sta pian piano esaurendo.

Così, nel suo svolgimento, il film di supereroi cede in spettacolarità a favore di soluzioni narrative dal sapore western (particolarmente sentito l’omaggio a Il cavaliere della valle solitaria), con echi della saga di Mad Max nel combattimento fra mezzi stradali nel deserto. Lo sviluppo del legame quasi familiare che matura nel corso della vicenda fra i tre protagonisti, cui fa da specchio il ritratto della vera famiglia che il gruppo incontra lungo la strada, rappresenta indubbiamente uno degli aspetti più convincenti del film, e presenta anche qualche spunto di amaro umorismo senile offerto dal sempre grande Patrick Stewart. Al massimo, fanno un po’ storcere il naso la scarsa chiarezza di alcuni tratti di background (qual è la vera colpa di Logan e Xavier?) e la caratterizzazione dei nemici, poco carismatici.

Per il resto, siamo in presenza di uno dei cinecomics più profondi e drammatici, nonché più riusciti, degli ultimi tempi, dalla violenza necessaria ma mai compiaciuta, capace di emozionare fino ai titoli di coda, con l’inimitabile voce di Johnny Cash che saluta Logan intonando The Man Comes Around.

Davide V.Chiara C.Eugenio D.
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