Dopo l’acclamato “Moon”, si riaccendono i riflettori su Duncan Jones, figlio di colui che negli anni ’70 inneggiava alla vita su marte e che rispondeva al nome di Ziggy “David Bowie” Sturdust, e sulla sua opera seconda, “Source Code”. Il primo film del regista è stato una vera e propria rivelazione: non solo ha riportato in auge un filone fantascientifico intimista alla Tarkovskij che ha ispirato fan e blogger erranti, ma ha anche portato una boccata d’aria fresca a un genere che necessitava di una riabilitazione autoriale. Per queste ragioni, la sua opera seconda è uno dei film più attesi della stagione cinematografica; una sorta di prova del fuoco pronta a consacrare o a screditare il talento di Duncan Jones.

La pellicola narra la storia del capitano Colter Stevens costretto a sventare un attentato ferroviario attraverso il Source Code, un programma di simulazione che permette di imposessarsi del corpo di un altro uomo durante i suoi ultimi otto minuti di vita. Presto il militare verrà a conoscenza di far parte di un operazione chiamata “Beleaguered Castle”, senza alcun ricordo di come possa essere entrato a far parte del progetto. – Fermati qui se non vuoi essere spoilerato!

Realizzato con un budget di 32 milioni di dollari, “Source Code” è un film pensato per richiamare in sala una vasto gruppo di spettatori; sapevamo già da tempo, quindi, che al cinema non ci saremo ritrovati davanti a un’opera difficile e complessa quanto “Moon“, uno dei film più scaricati del 2009, bensì a un film più leggero.

Il risultato è un cinema da botteghino che però al suo interno mantiene uno scheletro della poetica autoriale esposta in “Moon”. Il giovane cineasta, infatti, si è avvicinato al blockbuster nel migliore dei modi: concedendo al suo spettatore uno spettacolo fantascientifico-thriller costruito secondo la regole del gioco (esplosioni, la fine del mondo, damigelle in pericolo e un humor  tipicamente americano) e capace di regalare anche qualche gradita sorpresa ai fan del genere (la realtà parallela), ma allo stesso tempo riesce a portare avanti, o più semplicemente a ripresentare, alcune tematiche affrontate nel suo precedente film.

Come il capitano Sam Bell, anche Colter Stevens è costretto a svolgere il suo lavoro all’infinito, nonostante la sua morte prematura avvenuta durante il servizio militare. Le sue funzioni vitali (e metà del suo corpo), infatti, sono tenute in vita per permettere al militare di continuare a “servire la patria” all’interno del source code; una verità, quella riguardante il decesso del protagonista, che i suoi superiori tenteranno di nascondere (così come i dirigenti della Luna Industries cercano di nascondere a Sam Rockwell la sua natura di clone), ma che con il passare degli eventi verrà inevitabilmente a galla. Anche in quest’opera seconda, Duncan Jones ci propone un personaggio, interpretato da Jake Gyllenhaal, in cerca del suo diritto ad esistere al di fuori del mondo fittizio che è stato scelto per lui, rivendicando il suo status di essere umano. Anche se la filosofia, l’analisi introspettiva e gli interrogativi profondamente umani avanzati in “Moon”, mancano quasi del tutto, il regista è riuscito a mantenere un’impronta riconoscibile anche in un prodotto commerciale, e questo è un punto a favore del film.

Ottimo, infine, il cast in cui spicca la presenza di Vera Farmiga, finalmente sotto i riflettori dopo la sua apprezzata performance in “Up In the air”, la quale  interpreta il Gerty di “Source Code”:  il capitano Goodwin, inscatolato, rappresenta l’unico ponte di comunicazione per Stevens e l’ unico vero alleato dall’animo umano. Andrà tutto bene, c’è ancora vita sulla luna.

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