Sam Bell (Sam Rockwell) è un’astronauta a cui sta per scadere il contratto triennale  con le industrie Lunar, sulla luna per estrarre Elio-3, energia pulita per la terra. Nella base lunare Selene dove vive da solo è assistito dal computer di bordo Gerty (voce di Kevin Spacey). Quando manca ormai poco al suo ritorno a casa, Sam inizia ad avvertire strani sentimenti finché, durante un controllo esterno di routine, un’allucinazione gli causa un incidente.  Al risveglio inizia a sospettare sull’operato Lunar.

Moon, la terra vista dalla luna.

Il titolo di Pasolini fa da sottotitolo al titolo di Duncan Jones. Non è un delirio semantico ma un tentativo di introdurre un punto di vista essenziale in Moon. Pur avendo la luna come location, infatti, il film di Duncan Jones non perde mai di vista la terra, sempre presente nell’inquadratura spaziale e nella mente del protagonista Sam Bell, l’astronauta “precario” (ha un contratto di tre anni con le industrie Lunar) interpretato da Sam Rockwell, anima di questo one-man film. Terrestre è la sua umanità, messa a dura prova dall’esperienza lunare. Motivo per cui molti spettatori non particolarmente attratti dal genere sci-fi, citano Moon come un esempio eccezionale. Qui, a prevalere non è il futuro esibito tecnologicamente o scientificamente ma confrontato con angosce e riflessioni umane, troppo umane.

Un esistenzialismo spaziale con sfumature filosofiche e tratti intimistici da Kammerspiel, con la navicella sostituita alla camera. Umano è anche Gerty, il computer di bordo doppiato nell’originale da Kevin Spacey (in quella italiana, da Roberto Pedicini, il “Jack Folla” della trasmissione radiofonica Alcatraz), versione emo(ticon) di HAL 9000 di 2001: Odissea nello spazio.

Se Moon riesce a inserirsi nel panorama sci-fi come un’eccezione è anche grazie a citazioni e tributi ai classici del genere come Solaris, Atmosfera zero, Blade Runner, Dark Star, 2002: la seconda odissea, oltre al riferimento letterario al libro Entering Space: Creating A Spacefaring Civilization dell’ingegnere spaziale Robert Zubrin (1999).

Merito anche del low budget (5 milioni di dollari), esibito con fierezza limitando al minimo il lavoro di computer grafica per utilizzare i più semplici e nostalgici modellini.

Duncan Jones riesce – laddove fallisce il recente Cargo (ad alto budget) di Ivan Engler – a non far rimpiangere i suoi predecessori ma ad evocarne lo spirito per confermare una visione della fantascienza come specchio dell’esistenza umana, isolata nello spazio e nel tempo, dunque sovvertita. Lo spiega bene anche il sottotitolo sulla locandina: “a 400.000 chilometri da casa, la cosa più difficile da affrontare…è te stesso”.

Nella biografia di Duncan Jones, oltre alla laurea in filosofia  con la tesi dal titolo How to kill your computer friend (Come uccidere il tuo amico computer), c’è sicuramente il “Major Tom” cantato da suo padre David Bowie prima in Space Oddity e poi in Ashes to Ashes, in versione junkie:

Strung out in heaven’s high (Confinato nell’alto dei cieli)

Hitting an all-time low (Raggiunge una depressione senza fine)

Quanto la musica sia profetica lo ricorda anche il brano che tutte le mattine canta la sveglia di Sam Bell: I am the one and the only di Hawkes Chesney.

Tutto cambia quando Sam chiede a Gerty: “C’è qualcun altro in questa stanza?”.

E qui questa recensione si ferma, gli amanti dello spoiler cerchino altrove.

NOTA (DOLENTE): Chi ha scritto questa recensione ha visto Moon in anteprima italiana al Festival di Fantascienza di Trieste, appuntamento necessario per gli amanti del genere e non solo che rischia di scomparire a causa di problemi finanziari nonostante l’altissima affluenza di pubblico. In un paese in cui ormai alla realtà si è sostituita la fantascienza, perdere il festival sarebbe quanto meno anacronistico.

Se questa nota non vi sembra abbastanza dolente, chiedo aiuto a Ennio Flaiano:

“Oggi, lettura attenta di un giornaletto di fantascienza. Come resteranno male i nostri ragazzi quando, invece di salpare in astronave alla conquista di altri pianeti, saranno mandati alla terza guerra mondiale, con le solite scarpe di cartone”.

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Chiara C.Davide V.Leonardo L.
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Scritto da Giusy Palumbo.