Il cinema di Matteo Garrone ha sempre giocato su una continua tensione tra iperrealismo e metafisica, tra naturalismo e tendenze al surreale; dagli horror dell’anima L’Imbalsamatore e Primo amore, a quello che rimane forse il suo film in assoluto migliore: Reality, dove l’iperrealismo di facciata assume una connotazione sempre più onirica, quasi irreale, man mano che il protagonista sprofonda nella sua ossessione. Lo stesso Gomorra supera, per incastri narrativi e scelte stilistiche, le coordinate apparenti del realismo più puro e convenzionale, assumendo connotazioni tra il metafisico e l’orrorifico.

Pensandoci bene, quindi, non dovrebbe sorprendere che il regista romano sia approdato al fantastico puro e al fiabesco con la sua ultima fatica Il racconto dei racconti, ispirato a quella che è considerata la prima raccolta organica di fiabe europee: Lu cuntu de li cunti del napoletano Giambattista Basile, pubblicato verso la metà del XVII secolo. Dalla raccolta di Basile, Garrone sceglie tre fiabe (La regina, Le due vecchie e La pulce), intrecciandole nella narrazione senza che il materiale narrativo dell’una intervenga nelle altre, fino al funereo e circense finale collettivo. Non sono tre fiabe prese a caso. Le tre storie anzi permettono al regista di tornare su uno dei suoi luoghi tematici preferiti: il racconto di un’ossessione e del modo con cui questa divora fino alla perdita totale di sé il personaggio, tematica direttamente collegata, come causa e come conseguenza, a quella tensione tra realismo e metafisica accennata all’inizio. Ossessioni che in tutti gli episodi seguono una sorta di climax che sfocia negli snodi narrativi più sanguinosi, quelli più vicini, si potrebbe dire, alle suggestioni dell’horror e che esplicitano quel sottofondo inquietante e dark che scorre lungo tutta la narrazione.

Non è però solo per il fatto che la coproduzione internazionale Tale of Tales si possa incastrare alla perfezione nel percorso di Garrone, o per il fatto che si possano trovare motivi per un’analisi in chiave “autoriale”, che il film funziona. Pur con alcuni momenti un po’ claudicanti, il film di Garrone vince la scommessa e affascina per la magnificenza visiva e per alcune sequenze formidabili pronte a entrare nell’immaginario, e soprattutto per come trova una strada originale nel rapportarsi alla secolare tradizione del fiabesco: rispettando le caratteristiche più pure e tradizionali del genere, a partire proprio dai dominanti substrati violenti, sgradevoli e inquietanti e inserendo allo stesso tempo, nella giusta misura e con “delicatezza” – come a voler suggerire una chiave di lettura senza imporla – l’idea di cinema e le tematiche con le quali l’autore è più in sintonia.

Edoardo P.Alice C.Davide V.Eugenio D.Giacomo B.Michele B.Sara M.Sara S.Thomas M.
8 1/2878886/798 1/2