Fra le tante, troppe dipartite che hanno reso triste questa torrida estate del 2012, una in particolare ci ha colpiti: quella di Carlo Rambaldi, 86 anni, figura di spicco nel campo degli effetti speciali cinematografici, papà amorevole di mostri in celluloide decisamente brutti ma non sempre cattivi, che hanno popolato la nostra infanzia e segnato l’immaginario collettivo per almeno due decenni. Fu una sorta di Geppetto contemporaneo, dedito anima e corpo alla costruzione, utilizzando qualsiasi materiale a sua disposizione, di Pinocchi sempre più ingombranti e sperimentali, nessuno dei quali, però, destinato a diventare bambino.

Nato nel 1925, una laurea in Belle Arti all’Accademia di Bologna, Rambaldi esordì nel mestiere intorno ai trent’anni, realizzando il drago Fafnir, lungo ben sedici metri, per il film Sigfrido (1956) diretto da Giacomo Gentilomo. Per circa due decenni, l’artista fu molto attivo nel cinema italiano, soprattutto nel campo orrorifico e splatter: celebri restano, infatti, le sue collaborazioni con Dario Argento per gli effetti speciali di Profondo rosso (1975) e con Lucio Fulci per quelli di Una lucertola con la pelle di donna (1971). In quest’ultimo caso, fu tale lo shock provocato dai modellini di cani vivisezionati, costruiti da Rambaldi con un realismo fuori dal comune, che il regista fu citato in giudizio per maltrattamenti su animali, e ci volle la presentazione in tribunale dei fantocci realizzati dall’artista per dimostrare l’estraneità di Fulci ai fatti contestati.

La vera svolta per la carriera di Carlo Rambaldi avvenne, però, nel 1976, quando fu chiamato a Hollywood dal connazionale Dino De Laurentiis per il kolossal King Kong, diretto da John Guillermin: la realizzazione del gigantesco gorilla telecomandato, alto dodici metri, fruttò al suo creatore il primo Oscar per gli effetti speciali e rappresenta, a tutt’oggi, uno dei migliori esempi di utilizzo della tecnica dell’animatronics, di cui Rambaldi divenne l’indiscusso maestro. Tre anni dopo, l’artista italiano diede vita a un’altra icona della fantascienza, l’orrenda creatura aliena disegnata da H.R. Giger, protagonista del film Alien (1979) di Ridley Scott: fu un altro trionfo, e il secondo Oscar. Nel 1982, con la creazione di un altro personaggio proveniente dallo Spazio, stavolta piccolo e amichevole, raggiunse la tripletta all’Academy e, probabilmente, il maggior successo personale: E.T. l’extra-terrestre, per la regia di Steven Spielberg, deve infatti gran parte del culto di cui gode tutt’ora al tenero ed eponimo pupazzo creato da Rambaldi.

In realtà, E.T. non fu la prima creazione dell’artista italiano per l’allora emergente cineasta ebreo: i due avevano già collaborato, infatti, cinque anni prima, nel 1977, per il film Incontri ravvicinati del terzo tipo, dove appaiono aggraziati e integerrimi visitatori spaziali, ideali progenitori di E.T. sia nelle sembianze che nella caratterizzazione. Altre creature realizzate da Rambaldi, che fu attivissimo durante gli anni Ottanta, furono la statua animata di Dagoth, il dio degli incubi (dietro il cui costume si celava il wrestler Andre the Giant) in Conan il distruttore (1984) di Richard Fleischer, il licantropo di Unico indizio la luna piena (1985) di Daniel Attias e, soprattutto, il colossale Verme delle Sabbie di Dune (1984) di David Lynch, senza dubbio la sua realizzazione più imponente e dispendiosa.

Purtroppo, però, col passare degli anni e la diffusione a macchia d’olio delle tecnologie digitali, che garantivano risultati più immediati e costi meno proibitivi, l’ormai anziano Rambaldi, così legato a tecniche di lavoro più vicine all’arte e poco convenienti per l’industria cinematografica, fu messo da parte. Incassato il flop di King Kong 2 (1986), con cui De Laurentiis e Guillermin tentarono invano di rinverdire i fasti dello scimmione in animatronics, Rambaldi tornò in Italia e si congedò momentaneamente dal cinema realizzando gli effetti speciali del fiacco splatter Rage – Furia primitiva (1988), diretto senza ispirazione dal figlio Vittorio.

Negli ultimi vent’anni, per quanto sia stato ricordato spesso come un pioniere della sua arte (nel 2002 gli fu assegnato un David di Donatello speciale per la sua carriera), Rambaldi si limitò a un paio di collaborazioni attive agli effetti speciali in trascurabili opere dirette dal figlio, ma non rientrò mai nel circuito hollywoodiano, che lo aveva prima innalzato poi liquidato in maniera ingrata. Stando alla testimonianza dell’amico Pupi Avati, la sua ultima idea sarebbe stata la realizzazione di un parco a tema, che forse meglio si addiceva al suo spirito da materializzatore di sogni. A noi, ora, restano le sue creazioni, così concrete e palpabili nella loro fisicità, così imperfette eppure così vive…

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