Turbo Kid

Originato da un breve cortometraggio del 2011, Turbo Kid, del trio canadese François Simard – Anouk Whissell – Yoann-Karl Whissell, sembra essere a prima vista una delle oramai innumerevoli produzioni filmiche basate sull’ammodernamento rétro di certa fantascienza fine secolo, e che conta fra le sue fila opere come Super 8 o Stranger Things, e che troverà la sua probabile consacrazione (leggi anche: pietra tombale) con il prossimo Ready Player One di Steven Spielberg. Turbo Kid, a leggera differenza delle opere citate, pesca a piene mani da tutto un immaginario di fantascienza sporca e gommosa anni ’80 (con incursioni anche nelle decadi post e precedenti), il che lo renderebbe più simile a una bizzarria come Kung Fury, se non fosse per una pulizia della fotografia e delle inquadrature che lo rende un film indipendente sì retro-futuristico, ma con velleità autoriali.

Da un lato la scorta di citazioni, omaggi e riferimenti è pressoché illimitata: John Carpenter? C’è. Sam Raimi? C’è. Peter Jackson? Ma certo. Mad Max? Altroché. Soylent Green? Sì. Videogiochi e animazione giapponese? Ovviamente, che domande sono. Dall’altro lato, l’evidente amore dei Whissell/Simard per l’intero pacchetto anni ’80 si traduce in un didascalismo cosciente e spesso beffardo, e, fra fontane di sangue splatter e pattuglie di punk post-apocalittici a cavallo delle loro BMX scassate, lo spettacolo e la ridicolaggine certo non mancano. La cifra di questa pellicola, insomma, sembra stare in un’ovvia e oltremodo conclamata esaltazione delle visioni e dei temi fantascientifici degli ultimi trent’anni dello scorso millennio – apoteosi veicolata e allo stesso tempo stemperata dalla messa in scena a basso costo, così come dalle performance degli attori tutti (la presenza e la prova attoriale di Michael Ironside, da questo punto di vista, ne sono un emblema perfetto).

Ma. Turbo Kid più che un’operazione di recupero, di nostalgico trovarobato, potrebbe anche essere qualcosa di diverso – ovvero una dichiarazione sullo stato della fantascienza retrofuturistica a metà degli anni ’10, vista come una terra devastata e desolata (la “Wasteland” tanto temuta dal protagonista) nella quale non c’è più molto da vedere o scoprire, se non i cocci e i rottami raccolti alla bell’e meglio dai pochi assetati sopravvissuti. Lo spettatore volenteroso, pur consapevole di tale condizione, potrebbe comunque decidere di prestarsi al gioco, o ai giochi (il riconoscimento delle citazioni e delle fonti, l’appagamento per l’invasività della colonna sonora synthwave, o per i momenti comici), proposti dagli autori, ma certo la soddisfazione finale sarà commisurata alla scorta di nostalgia non ancora consumata su di una varietà di prodotti simili (non necessariamente peggiori o migliori).

Gualtiero B.Eugenio D.Sara M.
56