Con X-Men – Giorni di un futuro passato, il regista Bryan Singer riprende in mano dopo ben undici anni i supereroi mutanti più famosi dell’universo Marvel e, ispirandosi all’omonima saga fumettistica realizzata da Chris Claremont e John Byrne nel 1981, manda Wolverine indietro nel tempo, nel 1973, per fermare l’evento che avrebbe dato inizio alla persecuzione dei mutanti. Se l’intenzione di Bryan Singer era quella – peraltro giustissima – di mettere ordine a una timeline ormai massacrata da troppi sequel e spin-off, e solo in parte risollevata dal prequel X-Men: L’inizio – precettando da quest’ultimo quasi l’intero cast più il regista Matthew Vaughn, che qui figura fra gli sceneggiatori – il risultato convince solo a metà: da un lato, il film pone rimedio alle discutibili soluzioni narrative dei film precedenti, riprendendo personaggi eliminati troppo in fretta, soprattutto nell’ultimo – e, senza dubbio, peggiore – capitolo della prima trilogia; dall’altro, ne riconferma il principale difetto strutturale, ovvero il numero eccessivo di personaggi che, tranne qualcuno, restano caratterizzati in maniera superficiale.

La narrazione si articola su un duplice piano temporale, tra un futuro distopico in cui è tutto buio e distrutto come nel più classico degli scenari post-apocalittici, e un passato – gli anni Settanta – a cui viene fatta risalire l’origine dell’odio degli umani nei confronti dell’homo superior, collegati fra loro dall’abusato artificio narrativo del viaggio nel tempo, il cui meccanismo qui, peraltro, non è ben spiegato. La parte ambientata nel futuro è senza dubbio la più debole, con i mutanti storici ridotti a comparse – una delle più penalizzate è Kitty Pryde, anche per colpa di un insostenibile doppiaggio italiano che mortifica il ruolo comunque marginale di Ellen Page – e quelli mai apparsi sullo schermo, fra i quali Bishop (uno sprecato Omar Sy), che si limitano a spettacolari sequenze di combattimento in cui mostrano i rispettivi poteri; quella ambientata nel passato risulta invece interessante, se non altro per il piacere di vedere interagire le controparti giovanili di Magneto e Xavier (un Michael Fassbender feroce e istrionico come al solito e un inedito James McAvoy pseudo-hippy) con il Wolverine di Hugh Jackman, e per l’azzeccata scelta di utilizzare quest’ultimo, personaggio immortale, quindi fisicamente immutabile (se non per la materia dei suoi artigli), come trait d’union fra i due piani temporali della saga. Immersi in un’atmosfera vintage – tra chiome afro, pantaloni a zampa di elefante e musica di repertorio – che ricorda molto quella di American Hustle (film con cui condivide una degli interpreti principali, una Jennifer Lawrence perfetta nei panni dell’estremista mutaforme Mystica), gli X-Men di Singer testimoniano qui i cambiamenti di una società che stava diventando sempre più paranoica, e che cercava nemici palpabili verso i quali incanalare le proprie paure irrazionali.

Come in X-Men – L’inizio, la questione mutante viene infatti inserita in un momento storico ben preciso, andando a intrecciarsi con eventi realmente accaduti – in questo caso, la sconfitta nella guerra in Vietnam, che determinò il crollo delle certezze per il sistema americano – e, come in Watchmen, la controversa figura del presidente Nixon ricopre un ruolo determinante in quanto catalizzatore di eventi di fantasia che coinvolgono direttamente i superumani, però si esagera nell’inserire nella vicenda anche l’omicidio Kennedy. Se l’introduzione del giovane e irresponsabile velocista Pietro Maximoff (futuro Quicksilver) impersonato da Evan Peters è una sorpresa positiva (e la sequenza in slow motion di cui è protagonista, sulle note di Time in a Bottle di Jim Croce, è qualcosa di spassoso), si sente la mancanza di una vera nemesi: il personaggio dello scienziato governativo Bolivar Trask, creatore dei robot Sentinelle, è poco sfruttato (scelta ancor più discutibile, dal momento in cui si ha a disposizione un attore straordinario come il Peter Dinklage di Game of Thrones), e lo scontro-climax, per quanto ineccepibile sul piano visivo, riprende pari pari quello del precedente film di Vaughn, con Magneto e Xavier a incarnare di nuovo le opposte reazioni (violenta e non violenta) all’aggressione razzista subita dal loro popolo. L’incontro fra le due versioni dei personaggi, giovani e invecchiati (con il ritorno di Ian McKellen e Patrick Stewart) non è poi così emozionante, ed è ben poca cosa rispetto a quanto fatto presagire dagli autori.

Fortunatamente il finale, per quanto molto audace, lascia tutto sommato soddisfatti, riscattando almeno in parte quello che, tirando le somme, risulta un cinecomic volonteroso, di sicuro ingolfato da troppa carne al fuoco, ma comunque superiore alla media dei film sui mutanti prodotti dalla Marvel dal 2000 a oggi. Manca il cameo di Stan Lee, in compenso ricompare la Jean Grey dell’ancora stupenda Famke Janssen, per la quale il tempo sembra davvero essersi fermato. Occhio alla post-credits scene, indispensabile per la continuity futura.

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