La mia vita da zucchina

Primo lungometraggio dell’animatore svizzero Claude Barras, La mia vita da zucchina nel 2016 è stato presentato in molti festival, fra cui Lucca Comics & Games. Distribuito da Teodora, casa indipendente attenta al cinema europeo contemporaneo, rischia di essere penalizzato in molte città da una presenza in sala che lo colloca fra i prodotti per l’infanzia (ed è esplicitamente indirizzato alle visioni scolastiche, con brochure dedicata ), nonostante sia pensato per un pubblico più vasto.

Il film è sceneggiato da Celine Sciamma, a sua volta regista di alcuni lungometraggi di grande interesse, a partire dal romanzo di Gilles Paris, e racconta un momento difficile nella vita di Icare, che ha 9 anni, una madre violenta e alcolizzata che lo chiama Zucchina, e un padre fuggito con “una pollastra”.

La scelta di La mia vita da zucchina di usare di colori primari per l’animazione a passo uno e dei tratti approssimativi e tondeggianti – proprio come i pupazzi che potrebbe costruire un bambino – è pienamente funzionale alla rappresentazione del mondo attraverso la prospettiva del protagonista. È sua la sofferenza per la propria quotidianità familiare, nonché il modo di leggere le complicate esistenze dei suoi compagni di orfanotrofio: splendidamente tradotta anche nel doppiaggio italiano la semplice crudezza con cui sono raccontate le esperienze di bambini e bambine. Genitori tossicodipendenti, omicidi-suicidi, stupratori, ma anche la violenza di stato nei confronti di chi è senza documenti vengono affrontati in La mia vita da zucchina senza morbosità, ma senza mai attenuare l’impatto devastante sulle vite dei bambini.

In poco più di un’ora, il film riesce a raccontare in modo articolato i conflitti iniziali dell’arrivo di Zucchina presso il piccolo orfanotrofio, gli scontri con l’aspro Simon, le difficoltà a relazionarsi con gli adulti. Ma anche il legame stabilito con Raymond, il poliziotto che lo ha aiutato dopo la morte della madre, e con Camille, ragazzina angariata da una zia crudele che vorrebbe portarla via dall’orfanotrofio per ricevere gli aiuti statali.

Abbracciare completamente lo sguardo di Icare è comunque ciò che La mia vita da zucchina rivendica con forza, soprattutto nel momento in cui mette in scena i racconti che lo stesso protagonista fa attraverso i suoi disegni indirizzati a Raymond e Camille. La sua capacità di trasformare in figure dai tratti infantili ma sempre densissime di significato le persone e gli eventi che lo riguardano permette al film un volo metatestuale, a partire dall’aquilone che rappresenta suo padre in veste da supereroe e “la pollastra” con cui gira il mondo.

La quotidianità viene trasformata in un universo leggibile e accessibile, in cui le persone possono essere capaci di gesti di solidarietà ed amicizia, partendo dalla condivisione della sofferenza per la costruzione di nuove vite.

Ilaria D.P.Davide V.Giacomo B.
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