Il nome Tatsunoko, di per sé, poteva risultare sconosciuto a molti di noi. Ma quest’anno, a Lucca Comics & Games, abbiamo imparato che è sinonimo di personaggi che hanno segnato la storia dell’animazione televisiva e, in molti casi, la nostra infanzia. Mercoledì 1° novembre è stato infatti presentato l’artbook Il fantastico mondo di Tatsunoko, pubblicato in Italia da J-Pop Manga, che celebra il 55° anniversario dello studio d’animazione giapponese, in un incontro con il direttore editoriale Jacopo Costa Buranelli, il disegnatore Werther Dell’Edera e lo studioso Fabrizio Modina.

Tatsunoko

Come ci racconta Jacopo, i personaggi della Tatsunoko arrivarono in Italia tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, ma a differenza dei colleghi della Toei – che ebbero un loro lancio ufficiale nei palinsesti della RAI – lo fecero direttamente sulle TV private (un fenomeno allora nascente), decretando spesso la fortuna di queste ultime presso il pubblico infantile.

Tutto era cominciato nel 1962, quando Tatsuo Yoshida fondò a Tokyo assieme ai fratelli Kenji e Toyoharu un piccolo studio d’animazione, il cui nome significa cavalluccio marino, animale che ispirò il logo della società. Gli Yoshida sfidarono sul terreno degli anime l’allora dilagante Mushi Production di Osamu Tezuka, con l’intento però di conquistare il mercato occidentale, con una diversificazione del prodotto sul modello della Disney e storie e personaggi spesso ispirate agli eroi americani. Dopo un inizio un po’ incerto con Space Ace (1965) – variazione dell’Astro Boy di Tezuka – gli Yoshida raggiunsero il successo nel 1967 con Speed Racer (da noi Superauto Mach 5), serie ambientata nel mondo delle corse automobilistiche, che conteneva già due degli ingredienti fondamentali dello stile Tatsunoko: l’azione e la comicità. Da allora, la produzione dello studio si sviluppò su tre filoni.

Il primo filone in ordine cronologico è quello comico, di cui fanno parte sia le demenziali vicende di mostriciattoli pasticcioni come Il mio amico Guz (1967) e Tamagon risolvetutto (1972) o di buffi animali come Ippotommaso (1971) – spesso utilizzate come riempitivi nei network dedicati per la breve durata degli episodi – sia la divertente epopea de Il Mago Pancione Etcì (1969), sia soprattutto le varie serie delle Time Bokan, inaugurate nel 1975 con La macchina del tempo e proseguite con le più celebri Yattaman (1977), I predatori del tempo (1980), Calendar Men (1981): qui è facile fare il tifo per il grottesco trio di cattivi – sempre composto da una bellona, uno scienziato e un forzuto – con il loro carisma alla Wile E. Coyote o alla Dastardly & Muttley, universale, irresistibile.

Il secondo filone, incentrato su fiabe tradizionali e racconti di formazione, si rivolge a un pubblico più giovane e si basa tutto sulle storie e sui sentimenti che ne scaturiscono. Ne fanno parte saghe ambientate nel mondo animale, ma con tematiche di fondo molto serie, come la perdita dei genitori ne Le avventure dell’Ape Magà (1970) o la differenza di classe ne La banda dei ranocchi (1973); libere trasposizioni dalla narrativa per ragazzi come Le nuove avventure di Pinocchio (1972); saghe originali come Il fantastico mondo di Paul (1976), dall’iconografia e dalle tematiche curiosamente psichedeliche.

Tatsunoko

Il terzo filone, quello action, comprende sia serie di arti marziali tout-court come Judo Boy (1969), sia gli eroi come Gatchaman (1972), Kyashan il ragazzo androide (1973), Hurricane Polymar (1974) e Tekkaman (1975), che applicano la formula dei supereroi occidentali a tematiche e sentimenti prettamente orientali, anche se con ulteriori differenze fra loro: Kyashan è il più malinconico, fin dal suo design minimale, ed è protagonista di storie estremamente drammatiche, alla Capitan Harlock; Hurricane Polymar è più leggero ed è ispirato nelle movenze a Bruce Lee; Tekkaman è il più possente ed epico; infine Gatchaman racchiude in sé il paradigma della squadra di cinque eroi che troveremo in numerosissimi anime successivi (il protagonista, il duro scontroso, il ciccione, il ragazzino e l’unica ragazza). I robot restano abbastanza marginali, con due sole ma notevoli eccezioni come Godam (1976) e Gordian (1979), dal mecha-design di tutto rispetto.

Il pubblico americano rimase affascinato dai prodotti della Tatsunoko. Di Gatchaman furono pubblicati due comic book, con il titolo Battle of the Planets, il primo dalla Gold Key nel 1979-80 e il secondo dalla Top Cow nel 2002-03 e Alex Ross, uno dei disegnatori statunitensi più illustri, dedicò alla serie un artbook nel 2004. Nel 2008 le sorelle Wachowski trasposero Speed Racer in un coloratissimo film live action, con Emile Hirsch nel ruolo del protagonista. Perfino in Mad Men un personaggio si licenzia per andare a lavorare alla Tatsunoko.

La creatività imperante, la capacità di dar vita a qualcosa di sempre sorprendente, oltre alla grande versatilità nel muoversi con disinvoltura fra mondi e stili diversi, è stata la vera forza della Tatsunoko. Come aggiunge Fabrizio Modina, i fratelli Yoshida non avevano nessuna remora nell’essere innovativi e nell’osare di uscire da quegli schemi (per quanto vincenti e rispettabilissimi) che invece seguiva la Toei, in cui era d’obbligo il lieto fine. In alcune serie Tatsunoko l’eroe muore, in altre non c’è nemmeno un finale.

La fama della Tatsunoko è senza tempo, come testimonia il successo di merchandising della recente Time Bokan 24, ultima arrivata fra le serie sulle Macchine del Tempo, o l’anime in grafica digitale 3D Infini-T Force, di prossima uscita in streaming, in cui una bambina richiama con una matita gli eroi Tatsunoko per salvare la Terra. L’artbook presentato a Lucca Comics & Games, che traduce quello originale giapponese realizzato per i 55 anni della casa di produzione, con l’aggiunta di testimonianze di esperti in materia come Fabio Erba o la cosplayer Giorgia Vecchini, è un must per gli appassionati e un’occasione per far conoscere un universo meraviglioso anche alle generazioni più giovani.