A prima vista, BoJack Horseman sembra una sorta di scherzo di cattivo gusto: com’è possibile, a metà degli anni ’10, sfornare una serie d’animazione incentrata sulla solita storia dell’attore (televisivo) bruciato dal proprio (relativamente piccolo) successo, incline all’auto-commiserazione/distruzione, con continui riferimenti all’attualità pop e diversi colpi di gomito meta-narrativi? Per di più ambientandola in una realtà alternativa nella quale gli animali sono esseri antropomorfi che vivono in (quasi) tutta tranquillità nella società umana?

BoJack Horseman

Ebbene, c’è un episodio, il quarto della terza stagione, ragionando attorno al quale si possono estrapolare i motivi del perché questo cartone animato sia una delle migliori serie presenti oggi su Netflix. Si tratta di un episodio apparentemente balengo, tutto giocato sul fatto che la vicenda si svolge in un mondo subacqueo dove BoJack Horseman, il cavallo antropomorfo che dà il nome alla serie, non riesce a sentire nessuno, né tantomeno a parlarci insieme, intrappolato com’è nel casco che gli permette di respirare, e questo fino quasi alla fine dell’episodio, quando si accorge che alla base del casco c’è una pulsantiera-interfono che permette di comunicare con l’esterno. La puntata finisce tagliando a metà la sonora esclamazione di sorpresa e frustrazione di BoJack, come a negargli fino all’ultimo ogni possibilità di realizzare se stesso in una qualche forma d’espressione (e l’episodio stesso ruota attorno al desiderio continuamente represso di BoJack di costruirsi una famiglia o di imbastire almeno delle relazioni stabili e sincere).

La puntata si basa, sì, su di una singola una trovata comica, una citazione dei classici muti comici, ma, allo stesso tempo, permette agli autori di costruire e mostrare un mondo narrativo vivo e sorprendente, cosa questa che in molti altri episodi della serie avviene in maniera più sobria ma con risultati non meno eclatanti, e che rivela oltretutto l’ottima capacità registica che permea l’intera opera (basti citare il finale della prima stagione, durante il quale un semplice movimento macchina – un lento zoom all’indietro – descrive e incarna insieme un personaggio, una relazione e una situazione; o il finale della terza, nel quale la gag ricorrente degli animali antropomorfi che si comportano effettivamente come animali è elevata ad allegoria di liberazione e presa di coscienza); non solo: a tutti i personaggi, non importa quanto secondari o stravaganti, vengono dati spazio e possibilità narrative di crescita e sviluppo.

E BoJack Horseman in fondo è proprio questo, uno strambo canovaccio che sembra voglia strizzare malamente l’occhio allo spettatore, ma che invece lo coinvolge via via in un universo vivo e dettagliato (e sempre coerente con le proprie premesse), popolato da personaggi che partono dal cliché e dallo stereotipo per dispiegarsi in evoluzioni e forme diversamente strutturate, andando a formare un cast nel quale ogni singolo elemento potrebbe benissimo reggere una serie in proprio.

Gualtiero B.Sara M.
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