Your Name. (Kimi no na wa.) è stato il secondo anime più visto nella storia del Giappone (dietro solo a La città incantata di Miyazaki) e, ancora più sorprendentemente, ha avuto uno straordinario successo internazionale, Italia compresa (mezzo milione in tre giorni), con la sempre attenta distribuzione di Nexo Digital. Shinkai Makoto è stato spesso etichettato come “il nuovo Miyazaki” ma, nonostante lui e Hosoda Mamoru siano tra i registi d’animazione più promettenti della nuova generazione, le affinità si limitano a un interesse comune verso una sorta di realismo magico e il paragone ci dice piuttosto della nostra necessità di incasellare tutto in categorie che siamo in grado di comprendere.

Your Name

Protagonisti di Your Name. sono una ragazza di provincia, Mitsuha, e un liceale di Tokyo, Taki, che, in seguito al passaggio di una cometa, si ritrovano a vivere l’una nel corpo dell’altro per qualche giorno a settimana. Inizialmente confusi, i due si abituano gradualmente e trovano anche il modo di comunicare per far sì che l’altro si comporti “naturalmente”. Tutta la prima parte del film è quindi dedicata alla comprensione di queste dinamiche che creano una connessione sempre più forte tra i due, anche sentimentale. Un giorno, però, la magia svanisce, e Taki parte alla ricerca di Mitsuha.

Il film sembra quindi l’ennesima rielaborazione della classica storia di amore adolescenziale caratterizzata dalla lontananza e da un tocco soprannaturale tipica dei lavori di Shinkai. Il concetto del body-swap non è certo nuovo al cinema e anche in Giappone esiste un precedente illustre, Exchange Student (1982) di Obayashi Nobuhiko, un film che Shinkai sembra omaggiare in almeno un paio di occasioni e che, utilizzando gli stessi toni da commedia degli equivoci che caratterizzano la prima parte di Your Name., rappresenta sicuramente un approccio molto più maturo, provocatorio e in grado di coniugare in maniera intelligente tematiche di gender di fronte al quale l’opera di Shinkai sfigura.

Tuttavia la seconda metà (della quale è meglio non anticipare nulla) ribalta completamente il tono del film e ne aumenta le ambizioni, rendendolo qualcosa di molto più complesso. Qui l’autore raggiunge probabilmente l’apice della propria poetica e trova finalmente il giusto equilibrio tra romanzo adolescenziale e concetti più impegnativi che includono il rapporto con la tradizione, l’incrocio di diverse linee temporali e una riuscita rielaborazione del lutto del triplice disastro dell’11 marzo 2011. La storia, per quanto si faccia intricata e a tratti faticosa, assume la portata di un dramma vividissimo, tanto personale quanto collettivo, arrivando in un paio di scene a generare una sincera commozione per giungere a un finale che, pur non sfuggendo agli stereotipi del genere, riesce a essere sufficientemente ambiguo da non risultare conciliatorio. La riuscita del film è poi favorita dall’animazione, da sempre punto forte di Shinkai, eccezionale nell’attenzione ai dettagli, ai colori e ai giochi di luce, tanto da sfiorare il fotorealismo; una gioia visiva per lo spettatore a cui si somma l’azzeccata colonna sonora J-pop dei Radwimps.

Eugenio D.
8