Always Shine

Due sono le opere della regista Sophia Takal ed entrambe, Green e Always Shine, si basano su duetti femminili: relazioni pericolose di amiche-nemiche. Chi è la più bella del reame? Questo è l’interrogativo che serpeggia tra Beth (Caitlin FitzGerald) e Anna (Mackenzie Davis) nell’opera seconda, passata al Tribeca Film Festival e al Festival di Venezia. Un thriller psicologico che sconfina nell’horror: le due amiche, aspiranti attrici, in ritiro nelle montagne a Big Sur, pronte a mutarsi in vipere. O in streghe. Perché entrambe vorrebbero stregare Hollywood, ma l’una svende le sue grazie in discutibili slasher, l’altra vive la maledizione di restare al palo. Solidali all’apparenza, nella frescura soffocante di montagna faranno venire i nodi al pettine e i loro destini si annoderanno in una spirale di rancori.

Bastano pochi minuti a Sophia Takal per spiattellare la propria dichiarazione di stile. In primis, un montaggio isterico, interrotto da frame fulminei e nemmeno facilmente discernibili, in grado di generare spaesamento: brevi lampi di violenza, urla, oscurità, figure – schegge di qualche storia implosa. A seguire, a proposito di duetti, l’impossibile simmetria tra Beth e Anna, in due sequenze provocatoriamente abbinate: entrambe guardano la macchina da presa e parlano a qualcuno fuori campo, con toni similmente turbati, ma in un caso è un provino, nell’altro una scena di vita vissuta. Infine, tornando a spaesamenti e dintorni, l’uso ansiogeno del paesaggio, merito da ascrivere anche al direttore della fotografia Mark Schwartzbard, che avrà poi modo di sbizzarrirsi nella seconda parte: picchi immobili come sentinelle, nuvole sulfuree che s’agitano sui pendii, lune malate su notturni poco rassicuranti.

Di certo, è un paesaggio antropomorfo, meglio, ginecomorfo: prendono forma i malumori – malsani – di due donne impegnate ad azzannarsi l’un l’altra; non bastasse l’industria cinematografica che le fagocita, non bastasse l’ambizione che le divora. Ecco, allora, svilupparsi un gioco di specchi, per cui la figura più mite di Beth e quella più aggressiva di Anna tendono a sovrapporsi, al punto che Always Shine solletica i critici a suggestioni di vario umore, da Persona di Bergman, a Mulholland Drive di Lynch, fino a Sisters di De Palma. E nessuno o quasi cita The Neon Demon, che pure non guasterebbe, così come il sottovalutato horror Starry Eyes: se non altro, sono tutti titoli in cui ci si riferisce alla luce, tutte storie in cui si scopre il buio.

Perché è qui che va a parare Always Shine: non è semplicemente il racconto dell’ennesima rivalità, quanto l’incubo di due amiche accomunate da un sogno, che nella rispettiva diffidenza, l’una nello sguardo dell’altra, si scoprono manipolatrici o invidiose, scoprono il disgusto di sé stesse. In questo senso il film è un horror: nell’atmosfera di minaccia e nei corpi che si accalorano, le bellone s’intuiscono brutte, le principesse si vedono streghe. E la domanda chiave, in bocca all’una e all’altra, diventa piuttosto: do you ever feel like a whore?

Già, è proprio un gioco di specchi: scuri.

Antonio M.
7-