Al Gender Bender è passato Just Charlie, il secondo lungometraggio di Rebekah Fortune dopo una carriera teatrale e alcuni corti. Come suggerisce il titolo, protagonista assoluto del titolo è Charlie (Harry Gilby), una giovane promessa del calcio inglese che ha l’opportunità di cominciare l’accademia del Manchester City, realizzando così il sogno di suo padre, calciatore mancato. Proprio durante questo periodo, si acuisce il disagio di Charlie di continuare a vestirsi e comportarsi da maschio, quando in realtà si sente una ragazza.

Just Charlie

Il malessere per la situazione, il terrore di rivelarsi e la depressione che ne consegue, uniti all’impossibilità di continuare a nascondersi e al desiderio di esprimere il suo essere ragazza, sono rappresentate in modo credibile, anche se senza particolari guizzi di originalità dal punto di vista narrativo: il passaggio dal segreto alla rivelazione avviene attraverso il trauma dell’essere scoperta, prima dall’allenatore, che sarà il primo alleato aperto e discreto, poi dal padre, evento che avvia il dramma familiare. La madre e la sorella di Charlie la sosterranno fin da subito, pronte, dopo il primo sconcerto, a informarsi, a capire la condizione di Charlie e a creare intorno a lei un ambiente di supporto e comprensione.

Il padre reagirà con il rifiuto, e il film si cura di sfumare questa reazione, pur naturalmente non approvandola: Paul passa dalla colpevolizzazione del figlio a quella di se stesso, alla giustificazione della rabbia con la paura che il mondo esterno spietato e normativo condannerà Charlie alla sofferenza e all’emarginazione. Ma è un problema soprattutto suo, come lo è, all’inizio del film, il trasferimento delle sue ambizioni di calciatore sul figlio. Angoscia comprensibile ma edificata su pregiudizi, da abbattere attraverso l’evidenza di una quotidianità e di una vicinanza possibili e non compromissorie – come dimostra il dialogo tra Charlie e la nonna che decide di tagliare i ponti con la famiglia dopo la notizia.

Attraverso una carrellata di personaggi secondari tratteggiati velocemente ma con precisione, il film è efficace nel raccontare tensioni credibili, familiari e amicali, ma anche nell’evidenziare il loro disinnesco: esemplare l’evolversi del rapporto con l’amico del cuore Tommy e l’amicizia complice con Ash, così come la passione per il calcio che rimane, componente forte dell’esistenza di Charlie. A differenza di altre malriuscite rappresentazioni della disforia di genere, Just Charlie sottolinea come la questione dell’identità sia centrale: non è uno sdoppiamento dell’essere, non è una condizione che sopraggiunge. Charlie è una ragazza, e la sua sofferenza viene legata giustamente alla non corrispondenza tra la sua identità e l’involucro esteriore che la imbriglia, con tutte le implicazioni sociali che questo comporta. Il rifiuto della non conformità da parte della porzione di comunità in cui Charlie vive e agisce è mostrato con durezza: non tutti capiranno, e il rigetto si esprimerà anche in forma violenta. Ma sono incidenti di percorso che Charlie si abitua a lasciarsi alle spalle, di fronte alla luminosa e concreta possibilità di poter ricomporre la propria identità e l’immagine di sé.

È improbabile che Just Charlie troverà una distribuzione al di fuori del circuito dei festival, ed è un peccato, perché avrebbe tutte le carte in regola per essere appetibile al grande pubblico, che potrebbe solo beneficiare da storie come questa, contro una rappresentazione spesso insufficiente, semplicistica, quando non offensiva, del processo della transizione.

Chiara C.
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