Tra le proiezioni del Gender Bender 2017 abbiamo visto Pushing Dead, un film che affronta il tema della sieropositività attraverso la lente della commedia. Dan Schauble è uno scrittore in crisi, quarantenne, gay, che vive a San Francisco, HIV-positivo da 22 anni. La sua condizione è nota solo agli amici più intimi: Paula, la coinquilina e sorella del suo compagno, precedentemente scomparso a causa, si intuisce, dello sviluppo della malattia; il titolare del bar in cui Dan lavora come strambo buttafuori, Bob; la sua irascibile moglie Dot. Quando un cavillo burocratico impedisce a Dan di ottenere gratuitamente le molte e costose medicine che è costretto a prendere quotidianamente, il protagonista si trova a mettere in discussione la posizione che la malattia occupa nella sua vita e nei suoi affetti.

Pushing Dead

Pushing Dead è forte di un montaggio vivace e una regia accurata e vicina ai personaggi, in linea con l’intenzione di concentrarsi principalmente sulla componente umana e sui legami tra il protagonista e chi lo circonda. Il regista e sceneggiatore Tom E. Brown sceglie di non approfondire il funzionamento e le falle del sistema sanitario americano, nonostante le utilizzi come motore della vicenda. Il problema con l’assicurazione è soprattutto un espediente per osservare Dan e il rapporto duplice con la sua condizione: da un lato appare più o meno sereno alle prese con una quotidianità di precarietà economica ed esistenziale, scandita dai promemoria per i medicinali; dall’altro tende comunque a nascondere agli altri gli aspetti visibili della sieropositività, come appunto la necessità di interrompere più volte al giorno qualunque attività per ingerire svariate pillole.

Il film delimita il racconto al protagonista e ai pochi personaggi che gli sono vicini, concentrandosi così sulla descrizione di questo microcosmo familiare “non di sangue”, abitato da persone con qualche idiosincrasia e qualche problema a comunicare le proprie emozioni, ma di fatto tutti sinceramente aperti all’empatia e capaci, alla fine, di far funzionare le cose. La chiave umoristica con cui è raccontata la vita di Dan, tra la crisi creativa e improbabili e deserte gare di poesia, funziona soprattutto quando si intreccia con squarci di assurdità inquietante, come l’evoluzione del “rapporto” tra Paula e la terrificante scimmia di peluche che Dan le regala, o la ragazzina profeta (che sembra uscita da un film di Jarmusch), o ancora l’incubo di Dan che si trasferisce, come contrappasso, nella mente del love interest Mike (Tom Riley).

La leggerezza è il pregio ma anche il limite di Pushing Dead, che per essere un film focalizzato sui personaggi rimane un po’ in superficie riguardo alla loro caratterizzazione: ad esempio poco e nulla ci viene detto sul rapporto di Dan con la scrittura, né dei motivi che portano Bob e Dot a vivere il loro rapporto in modo così burrascoso; più interessante la dinamica che si instaura ed esaurisce credibilmente tra Dan e Mike, che vivono in modo diverso la condizione che li accomuna. Il risultato è una godibile commedia amara ma non troppo, supportata dagli interpreti giusti (oltre all’understatement di James Roday, spiccano Robin Weigert e Khandi Alexander), che dimostra che è possibile tematizzare e raccontare la condizione sociale delle persone HIV-positive senza necessariamente ricorrere al dramma o al conflitto.

Chiara C.