Il Padre d'Italia

Diciamo subito una cosa che farà piacere agli aficionados di Lo chiamavano Jeeg Robot: anche ne Il Padre d’Italia, secondo film di Fabio Mollo, Luca Marinelli canta Non sono una signora di Loredana Bertè, concedendo anche la performance de Il mare d’inverno. Questo è un indizio significativo di come il film dedicato al supereroe borgataro sia già entrato nell’immaginario del cinema italiano (altro indizio fresco fresco: il fatto che il Batman di Lego Batman sia doppiato da Claudio Santamaria, cioè Jeeg Robot) dettandone in qualche modo certi canoni, anche solo a livello produttivo e di riferimenti intertestuali come quello appena illustrato.

Il Padre d’Italia è un film imperfetto, nel quale la bilancia dei pregi e dei difetti è equilibrata, ma che allo stesso tempo nei suoi punti di forza trova una potenza e un impatto a tratti notevole. È un film che colpisce più a livello visivo che a livello di compattezza della sceneggiatura; o per meglio dire, che racconta meglio con le immagini che con le parole e la “storia”. E sia i suoi pregi che i suoi difetti derivano da questo; un forte impatto sotto certi punti di vista, e un certo bozzettismo e un po’ la sensazione d’irrisolto sotto altri.

L’aspetto migliore è il racconto del rapporto tra i due protagonisti – Paolo (Luca Marinelli) omosessuale timido e introverso, e Mia (Isabella Ragonese), esuberante e punk -, due personalità in bilico sul ciglio che si affaccia sulla disperazione, pur espressa in maniera differente date le personalità opposte. Il racconto rapsodico, composto da sequenze quasi autosufficienti, diventa quindi perfetto per raccontare lo sviluppo della loro “amicizia”, che non è lineare e del tutto “logico”, come sempre accade quando due persone in una situazione simile si incontrano, si annusano, si avvicinano e si supportano a vicenda. Questo avvicinamento vive di sequenze dal grande impatto visivo, capaci di sostenersi da sole e di riassumere il senso di questo legame trasmettendone tutta la varietà di sentimenti e di stati d’animo; in particolare grazie all’utilizzo della colonna sonora (splendida la scena con There is a Light that never goes out dei The Smiths, che ricorda lo stile di Refn) e delle ambientazioni.

Se da questo punto di vista Il Padre d’Italia convince, i nodi vengono al pettine quando si allarga lo sguardo verso altre tematiche o si mettono in scena personaggi secondari; ne soffrono quelle che sono le due questioni più “sociali”, il precariato e soprattutto la genitorialità omossessuale, nonostante sulla carta fosse interessante il percorso del protagonista, bloccato da paure e condizionamenti culturali. Questi temi rendono meglio proprio quando emergono in filigrana, come suggeriti ed evocati, dal racconto del rapporto tra i due, risultando invece didascalici e un po’ ovvii quando vengono affrontati più di petto.

Con i suoi saliscendi, con i suoi momenti efficaci e con quelli che lasciano qualche dubbio, al suo secondo film Fabio Mollo dimostra di avere già una certa forza espressiva, regalando un film imperfetto e vivo, diseguale e potente. Che, senza essere sopravvalutato, merita la visione e, se credete sia il caso, di essere difeso.

Edoardo P.
6/7