1971: il giornalista Raoul Duke (Johnny Depp – Edward Mani di Forbice, Dead Man) e l’avvocato samoano Dr. Gonzo (Benicio Del Toro – I soliti sospetti, Traffic), gran consumatori di droghe allucinogene, partono per Las Vegas, a bordo di una decappottabile, per un reportage sulla gara di veicoli nel deserto Mint 400. Il viaggio di lavoro diventa così l’occasione per una settimana di sfrenati eccessi, sotto l’effetto di sostanze dei più svariati tipi, alla ricerca di un Sogno Americano ormai perduto con i colori psichedelici dell’acido…

Presentato in concorso al Festival di Cannes nel 1998, questo film è la fedelissima trasposizione del celebre romanzo semi-autobiografico di Hunter S. Thompson, illustrato da Ralph Steadman, Paura e disgusto a Las Vegas, bibbia della controcultura americana dei primi anni Settanta, nonché una delle più interessanti prove da regista dell’ex membro dei Monty Python Terry Gilliam.

Le deliranti, ma allo stesso tempo lucide, pagine scritte da Thompson trovano una perfetta sintesi cinematografica nella sfrenata visionarietà del grande cineasta britannico, il quale mette in scena gli incubi e le allucinazioni dei protagonisti scatenando il proprio talento creativo, ma senza sottrarre né aggiungere nulla agli eventi narrati nel romanzo, di cui sono riportati, parola per parola, anche molti dialoghi. Aiutato dall’eccellente lavoro sulla fotografia, tutta sui toni del giallo e del rosso, dell’italiano Nicola Pecorini, Terry Gilliam realizza un gigantesco, e a tratti disturbante, trip psichedelico, in cui la città del gioco, con i suoi colori scintillanti e le sue attrazioni dal gusto terribilmente kitsch, fa da teatro a momenti di grottesca spensieratezza che si alternano ad altri decisamente più crudi e realistici.

In mezzo a tanta abbondanza visiva, trova spazio anche un’amara e disincantata riflessione sulla fine dell’era dell’Acquario e dei suoi impulsi vitali, che sarebbero poi soffocati in una quantità esagerata di droghe, aprendo le porte al conseguente passaggio agli anni della paranoia rappresentati da Richard Nixon. Il punto di vista del regista, che è poi quello dello scrittore, si identifica con quello di Raoul Duke, un nostalgico degli anni Sessanta che tenta di riviverne la magia imbottendosi di sostanze, ma con la consapevolezza che è solo un’illusione destinata ad infrangersi contro una realtà insignificante e più folle delle sue stesse allucinazioni.

L’operazione risulta vincente anche grazie a una coppia di protagonisti in stato di grazia assoluta, che rinunciano per una volta alla loro immagine di sex symbol e si calano con abilità camaleontica nei loro sgradevoli e deliranti personaggi: Johnny Depp, con antiestetica stempiatura e camicie hawaiane dai colori sgargianti (provenienti dal guardaroba dello stesso Thompson) è un alter ego perfetto dello scrittore, così come l’istrionico Benicio Del Toro, ingrassato di una ventina di chili, con un paio di folti baffoni, impersona con immenso talento lo smodato samoano descritto nel romanzo (ispirato al vero avvocato chicano Oscar Zeta Acosta, amico di Thompson, che ne cambiò l’etnia in seguito ai guai legali che lo coinvolsero). Se il primo appare più insicuro, quasi sempre in preda ad un terrore irrazionale da cui cerca invano di fuggire, il secondo sembra avere la situazione in pugno, ma è lui che si lascia andare ai deliri più devastanti, e più di una volta sfodera un’indole perversa e aggressiva: insieme sono una bomba ad orologeria, pronta a esplodere violentemente facendo piazza pulita dei grotteschi e convenzionali personaggi che, di volta in volta, incontrano sul loro cammino. Per dare vita a queste fragili figurine di contorno, Gilliam ha riunito uno stuolo di interpreti decisamente eterogeneo, che spazia dai giovani emergenti Tobey Maguire (l’autostoppista), Cameron Diaz (la reporter televisiva) e Christina Ricci (la ragazzina rimorchiata da Del Toro) ai gloriosi veterani Gary Busey (il poliziotto della pattuglia stradale) ed Ellen Barkin (impressionante nel ruolo della cameriera), fino a non-attori come Flea dei Red Hot Chili Peppers (l’hippie che entra nel bagno).

Eccezionale, infine, la colonna sonora, piena di brani eponimi del periodo, che comprende, fra i tanti, White Rabbit e Somebody To Love dei Jefferson Airplane (in sottofondo di due scene particolarmente significative), Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again di Bob Dylan e Jumpin’ Jack Flash dei Rolling Stones.

Accolto con freddezza alla Croisette, fu un relativo flop al botteghino americano, ma divenne, con gli anni, oggetto di culto assoluto da parte dei nostalgici, anche al di là del suo valore effettivo, e contribuì non poco al tardivo rilancio dell’opera letteraria di Thompson in tutto il mondo.

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Chiara C.Leonardo L.Sara M.
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